– DI EMANUELE TANZILLI
emanuele.tanzilli@liberopensiero.eu

BrainchC’è chi vorrebbe la stampa imbavagliata, costretta a mugolare pochi gemiti di pietà e compassione per il godimento di carnefici e voyeur – come se non fosse già in gran parte asservita a pochi gruppi di controllo e sempre, in un modo o nell’altro, schierata da questa o quella parte; c’è chi invece la vorrebbe eliminare del tutto, per sostituirla con i mezzucci di propaganda del terzo millennio, quelli virtuali, che moltiplicano la conoscenza e allo stesso tempo moltiplicano l’ignoranza. Se, dunque, fare cultura in Italia è di per sé visto con sospetto e superficiale arroganza, tanto più l’informazione è sottoposta a continue vessazioni economiche e culturali.

La libertà di pensiero e di opinione è sancita dall’articolo 21 della Costituzione Repubblicana; d’altro canto, un’informazione onesta e plurale si pone tra le fondamenta di ogni sana democrazia moderna. Qui insorgono i problemi più spinosi, e confrontarvisi con equilibrio ed umiltà è il minimo a cui ogni cittadino libero dovrebbe ambire. Possiamo dire di vivere in uno Stato moderno, alla luce di queste prime considerazioni? Domanda retorica: no che non possiamo. La profonda trasformazione delle istituzioni non è mai adeguatamente accompagnata da un’evoluzione culturale, etica e socio-economica; per cui da un lato si corre verso l’integrazione, l’europeizzazione e la condivisione delle scelte di governo, dall’altro si regredisce a primordiali forme di isolamento e individualismo, creando un’uranica distanza tra i macroaggregati istituzionali e le singole persone.

L’Italia non è uno Stato moderno, né una Repubblica democratica, né un Belpaese, come le consuetudini sogliono ripetere. Nulla di nuovo fino a questo punto, un tipico “segreto di Pulcinella” condiviso dalla Sicilia alla Valle d’Aosta. Ciò che riesce complicato definire, invece, è un elenco di cosa essa sia. Troppo, davvero troppo spesso si taccia di catastrofismo chi prova a definire i margini della questione. Sorridere è bello, ma farlo ad occhi chiusi può essere pericoloso.

Perché a furia di ripeterci la solita cantilena del sole, del mare, degli spaghetti e dell’umanità tutta tricolore, siamo piombati in una spirale di allegra incoscienza e stucchevole perbenismo, e com’è dannatamente irritante l’incrollabile ottimismo di certuni, che preferirebbero schiantarsi contro un muro piuttosto che ammettere di aver sbagliato strada. Migliorare, dovrebbe essere anche smetterla una beata volta di prenderci in giro e riconoscere il degrado e il putridume che ci attornia.

Per ogni paesaggio da cartolina, c’è un ragazzo che viene assassinato senza motivo, con cruenta efferatezza; per ogni spiaggia aprica, un consigliere regionale che s’intasca i rimborsi elettorali per spenderli in mutande e prostitute. Per ogni pizza calda di forno, c’è un bossolo di proiettile fumante sul terreno, un vomito d’asfalto e d’intestina tra i palazzi di cartapesta e i gas di scarico delle moto truccate; per ogni grande attore c’è un mafioso e per ogni poeta c’è una ragazza che cresce coi programmi di MTV e di Real Time. L’Italia non è un bel posto, ne ho piene le scatole di sentire che il futuro sarà roseo. Gli extracomunitari sono la causa di tutti i mali, così dicono, eppure mi sento più tranquillo se cammino in mezzo ai “negri” piuttosto che ad alcuni miei connazionali. Quelli che non impareranno mai a crescere perché già convinti di esser grandi, quelli che non si libereranno mai della camorra perché in fondo in fondo piace a tutti avere una parola da pronunciare quando le cose non vanno.

Valicare le strade della mia città è uno strazio di speranza, un vagito di malinconia, un canto alla luna piena dei “se” e dei “chissà”. Cambieremo, realizzeremo, risolveremo tutto, ma come le diete, a partire da lunedì prossimo.

L’Italia è la mentalità del familismo, del nepotismo, del clientelismo: la meritocrazia si stupra per qualche migliaio d’euro e si porta appesa a un crocifisso come un fantoccio da esorcismo, più vera delle bancarelle di roba cinese, più falsa delle icone sacre che ci coronano di spine
l’anima. L’Italia è la schiavitù degli operai che delle conquiste ottenute con lo Statuto del ’70 hanno soltanto una pagina su Wikipedia,
dove gli esseri umani sono merce da scambiare al prezzo più basso e i datori impongono condizioni disumane ai propri dipendenti suscitando al massimo gli sbadigli dei signorotti del Governo. Già, quelli convinti di risolvere i problemi con qualche proroga ai contratti a tempo piuttosto che scovando gli evasori e gli usurai. L’Italia è il 50% della ricchezza nazionale nelle mani del 10% della popolazione e il resto a spartirsi le briciole, è il mito del successo facile e delle regole che non contano un cazzo se ti sono di ostacolo – diverso invece il discorso quando si tratta degli “altri”; è il ricatto continuo tra la dignità morale e la sussistenza materiale, la derisione per chi rifiuta il compromesso, è il pervertito con dieci milioni di voti e il paraculo col 40%, il paese delle promesse sempre uguali e dei voti sempre uguali e delle frasi sempre uguali, dei colpevoli che diventano perseguitati e delle vittime che diventano bianchi soffi di memoria esanime sui fiori di marmo, che appassiscono di autunno in autunno.

Forse, e dico forse, qualcosa di buono riuscirei a trovarlo anch’io, se cercassi bene; ma non voglio. Gli ottimisti del settimo giorno sono senza dubbio alcuno il più grande ostacolo al cambiamento – quello vero, e non quello renziano – per chi ha ancora la faccia tosta di sperare. Ma se vogliamo continuare a ripeterci che tutto va bene, che non c’è alcuna macchia sulla guancia da lavare via, allora prendete pure queste mie parole come un semplice delirio da schizofrenico, da complottista, da paranoico, e tornate ad aprire i libri delle favole.

Quantomeno, troverete il vostro lieto fine.

3 COMMENTI

  1. Pensavo – non c’entra nulla con il tuo discorso – che “Ventuno” sarebbe un bel nome per una testata libera.
    Ventuno come l’articolo, certo, ma anche come questo secolo. Oppure, ed è più una curiosità anche per me che non sono un numerologo, come 3 (l’uguaglianza) per 7 (il laicismo) secondo la Costituzione, oppure ancora “ricordati di santificare le feste” (che suona un po’ come “conosci il passato”) e “non rubare” secondo i Dieci Comandamenti per chi è cristiano.
    Chissà.

  2. Non sempre le favole (o le fiabe) hanno il loro lieto fine, e quando l’hanno è ben meritato, perché proprio nel momento della massima disperazione i destini cambiano – e i protagonisti trovano la realizzazione dei loro sforzi. Ed allora è proprio dalle fiabe che dobbiamo trarre una lezione importante – che occorre sputare sangue, rischiare, affrontare a viso aperto anche le battaglie già perse in partenza. Altrimenti nulla cambierà.
    Se c’è una chiave di volta per scardinare questa cultura di morte (dalla criminalità organizzata a ben più ampi orizzonti che ormai permea il quotidiano di ciascuno) è la riscoperta del valore del singolo individuo, dell’istante che non ritornerà; della vita stessa.
    Perché si combatte per ciò che si ritiene degno.
    E si vince anche contro ogni previsione umana.

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