– DI CLAUDIA POLO
claudia.polo@liberopensiero.eu

 

Purtroppo, con la crisi economica in corso, il problema del ritardo delle regioni del Sud è passato un po’ in sordina. Come abbiamo potuto riscontrare il Pil del Mezzogiorno si è ridotto del 10 per cento, a fronte del 5,8% del Centro-Nord.
Il crollo delle produzioni si è accompagnato a quello degli investimenti e così la  già poco solida base produttiva del Meridione ne uscirà fortemente ridimensionata dalla recessione.
Disoccupazione, precarietà e povertà, prospettive non incoraggianti insomma che galoppano per l’intero Bel Paese ma che al sud assumono una proporzione sempre maggiore che al Nord. Sembra che il Paese si incammini verso una lenta fase di crescita strutturalmente debole, in cui ogni obiettivo di politica economica è subordinato al rispetto degli impegni di bilancio e, come la storia insegna, proprio in questi momenti di “crescita” che generalmente vediamo aumentare il divario Nord-Sud.
Nonostante i fondi europei ed i rischi che una considerevole parte di essi non venga spesa si deve tener conto dei modesti risultati conseguiti.Le regioni arretrate continuano a rimanere tali, i divari economici e sociali restano ampi mentre la convergenza con le regioni più avanzate (l’obiettivo principale della programmazione comunitaria) è ancora lungi dal realizzarsi. Considerato che, nei prossimi anni, le risorse saranno sempre più scarse, si dovrebbe puntare ad aumentare l’efficienza della politica strutturale. Le esperienze fatte negli anni e il confronto con quanto avvenuto in altri paesi, mostrano come i risultati delle politiche strutturali dipendano sia da fattori locali, sia (e forse soprattutto) da fattori nazionali. Quelli locali sono ben noti, e già citati come l’inefficienza burocratica, frammentazione degli interventi e, forse, anche mancanza di “domanda” di alcune tipologie di interventi particolarmente innovativi che richiedono competenze e progettazione avanzate. Ma non sono solo questi i vincoli.
I fondi strutturali vanno spesi secondo le regole e procedure europee, ma si può chiedere efficienza europea nella spesa se, in Italia, per realizzare un’opera pubblica di importo superiore a 100 milioni di euro si impiegano, in media, 11 anni di cui quasi cinque per la progettazione? Se ordinariamente viene a presentarsi questa situazione allora non ci dovremmo stupire che i fondi strutturali vengano, in larga misura, destinati a progetti normalmente finanziati con risorse nazionali che, per accelerare il processo di spesa, vengono poi attribuiti ai fondi comunitari e pagati con essi.
A pesare sono anche i vincoli del patto di stabilità interno e i tempi necessari per ottenere pareri, approvazioni e visti da parte delle amministrazioni interessate. Se si vuole avere una controprova di quanto tali vincoli contino si guardi, per esempio, ai Paesi dell’est Europa, che ancora non hanno adottato l’euro, destinatari di quasi il 50 per cento della dotazione dei fondi strutturali, in cui l’assenza di vincoli di bilancio e norme certo assai meno farraginose delle nostre consentono un utilizzo rapido e incisivo delle risorse.
In sostanza, le inefficienze locali, i risultati dei fondi strutturali dipendono dall’efficacia delle politiche ordinarie, per cui lo sviluppo delle regioni arretrate non può essere considerato come indipendente da quello del Paese nel suo complesso.
Chiediamoci se si può pensare di sostenere l’industria al Sud se non c’è un disegno complessivo di politica industriale.
In conclusione: la politica per il Mezzogiorno necessita di buone politiche nazionali.
Alla luce del resoconto di un’indagine promossa nel 2009 dal Senato, che ci mette a conoscenza dei modesti risultati delle politiche di coesione ci si riferisce che essi sono, anche e ancora, alla “riduzione dell’afflato meridionalista del dopoguerra nella politica nazionale, tanto che viene da condividere la pur paradossale affermazione che i fondi strutturali europei, più che promuovere lo sviluppo del Mezzogiorno, hanno contribuito, liberando fondi nazionali, al risanamento dei conti pubblici italiani, di cui, peraltro, ha beneficiato implicitamente anche lo stesso Mezzogiorno”. E, aggiungerei, soprattutto il Nord.

 

Rileggi le prime cinque parti qui:

Parte 1

Parte 2

Parte 3

Parte 4

Parte 5