– DI FRANCESCO OREFICE
orefice-francesco@libero.it

 

Se chiedessimo ad un campione di popolazione quali caratteristiche debba possedere il materiale del futuro, probabilmente salterebbe fuori la descrizione di un materiale impiegabile per microcomponenti, avente elevata durezza, ricavabile da materie prime a basso costo e lavorabile su scala industriale. Nonostante sembri la descrizione del fatidico unobtainium, la pietra filosofale della chimica moderna, in realtà queste sono solo alcune delle qualità possedute dal grafene. Da quando nel 2010 gli studi su questo materiale prodotto in laboratorio a partire dalla grafite hanno condotto al Nobel per la fisica Andre Geim e Konstantin Novoselov, le sue applicazioni nei campi più disparati sono divenute innumerevoli. Ne è un esempio il sensore elettronico che è in fase di progettazione alla Kansas State University. Tale sensore avrebbe la capacità di evidenziare le cellule tumorali presenti nel sangue tramite variazioni della conduttività elettrica che si registrano quando il materiale in questione si lega alle catene di DNA tumorale. Ovviamente questo è un caso per tutti, ma si potrebbe parlare di micro-chip e prodotti d’elettronica iper-performanti. Proprio in questo campo la strategicità del grafene è testimoniata anche dai pesanti investimenti dei colossi dell’hi-tech (Apple, Samsung ed IBM), i cui frutti sono transistor dalla velocità record di 300 GHz e chip le cui performance sono nettamente superiori a quelle dei corrispettivi in silicio.

Mentre il mercato mondiale traccia una rotta ben precisa in favore di tale materiale, l’Italia tenta d’imporre la sua leadership in Europa per lo studio e la produzione a livello industriale del grafene. Capitale di questo eccezionale sforzo è Lomazzo, dove il Parco Scientifico Tecnologico Comonext è divenuto lo scenario degli investimenti di Directa Plus. La società tecnologica ha investito 3 milioni d’euro per la creazione di un impianto divenuto operativo il 23 giugno di quest’anno e che produrrà 30 tonnellate annue di grafene utilizzando un processo industriale detto G+, brevettato dalla società stessa. In effetti al centro del successo di questa società c’è proprio il processo in questione, nato dall’idea di Robert Angelo Mercuri, che ad ogni fase produce un diverso prodotto impiegato in un certo campo industriale. Si passa così dalla depurazione dell’acqua e dell’aria grazie al grafene espanso, ai compositi particellari, fino agli pneumatici ed alla gomma in generale.

Sempre dall’Italia arriva un forte contributo alla piattaforma di ricerca europea “Graphene Flagship Project”, che da questo mese è stata allargata ad altri 66 nuovi partner per un totale di 140 organizzazioni da 23 paesi. Tra questi ci sono l’Università degli Studi di Padova e di Roma Tor Vergata, Italcementi, l’Alma Mater Studiorum di Bologna e l’INFN, che affiancandosi ai membri già attivi nel progetto, tra cui il Politecnico di Milano, il Politecnico di Torino, STMicroelectronics, l’Università degli Studi di Trieste ed il CNR, portano a 23 i partner italiani. Il progetto di ricerca è diviso in 16 aree d’influenza, di cui undici relative ai processi industriali e agli sviluppi tecnologici, mentre cinque riguardano aspetti relativi alla gestione delle risorse. Nelle intenzioni della Commissione Ue la Graphene Flagship, alla cui base c’è un investimento da un miliardo di euro, dovrebbe garantire un peso notevole all’Europa nell’ambito delle tecnologie di prossima generazione, oltre che facilitare la rinascita del settore industriale nei paesi partecipanti a partire dalle piccole e medie imprese, cuore pulsante del progetto.

Sembra dunque che sin dai primi passi il percorso alla scoperta del grafene sia accompagnato da grandi aspettative e, a giudicare dalle energie investite nella ricerca, molte saranno le sorprese che ci attendono.