– DI DAVIDE GORGA
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“L’unicorno raccontò di regine ed eroi di cui Jill non aveva mai sentito parlare; le raccontò la storia della regina Biancocigno, vissuta prima che arrivassero la Strega Bianca e il Grande Inverno: una donna così bella che quando si specchiava in uno stagno illuminava il bosco per giorni come una stella.”

 

(«Le cronache di Narnia» – “L’ultima battaglia”)

 

La produzione letteraria di Clive Staples Lewis (Belfast, 1898 – Oxford, 1963) è vasta, multiforme e intrecciata a doppio filo con la sua biografia; ogni passo della vita dell’autore ha lasciato la sua traccia nell’opera, quasi la stessa si raffiguri, anche, quale riflessione e meditazione dell’esistenza stessa. Filosofo e teologo, strenuo difensore della fede cristiana, membro degli “Inklings” e amico di John R. R. Tolkien, filologo, autore di romanzi di fantascienza, onirici ed epistolari – e di fiabe – spirito inquieto ma consapevole delle contraddizioni che vivono nel proprio animo, si presenta come una gemma di cui solo alcune facce sono note al grande pubblico.

Orfano di madre a soli dieci anni, trasferito da una scuola all’altra, e inviato appena maggiorenne ad affrontare gli orrori della Prima Guerra Mondiale, in cui è ferito e vede gli amici morire, si riconferma nel proposito, già maturato nell’adolescenza, di abbandonare la fede cristiana. Coltiva una stretta amicizia con la madre di un suo compagno d’armi caduto al fronte e pubblica due opere poetiche, un lungo poema narrativo e la raccolta «Spirits in bondage», dai toni cupi, pessimistici, in cui la divinità si rivela beffarda e ingannatrice e la natura ostile, crudele, inesauribile fonte di sofferenza. I più alti e radicati desideri dell’essere umano sono stati infusi nel suo animo solo per essere aspramente disillusi. La radicale disperazione di Lewis, più esistenziale che psicologica, raggiunge il suo apice: eppure, nonostante sporadiche menzioni, il titolo ha solo un modesto apprezzamento da parte di pubblico e critica.

 

Nel frattempo, durante gli anni Venti, Lewis approda ad Oxford quale insegnante di lingua e letteratura inglese.  Qui incontra Tolkien, Owen Barfield, Hugo Dyson e, appassionato di mitologia norrena, entra nel club informale degli “Inklings”, i cui membri sono soliti riunirsi per leggere le proprie composizioni, dibattere, criticare, oscillando tranquillamente tra l’accademico e il personale. È in questo ambiente che Lewis stringe le amicizie più sincere e durature ed è nel confronto aperto con gli altri membri, specialmente con Tolkien,  che riscopre quella “joy”, sentimento misto e onnicomprensivo che lo colpisce ripetutamente come una serie di lampi o di illuminazioni improvvise – che lo porterà, quasi contro la sua stessa volontà, a convertirsi dapprima al teismo ed infine, dopo una lunga conversazione sino a notte inoltrata con Tolkien, nel 1931, al Cristianesimo.

Il passaggio, tormentato, folgorante, inatteso, sarà descritto acutamente nell’autobiografia «Sorpreso dalla gioia» e Lewis, che per tutta la vita professerà la religione anglicana, inizierà da quel momento un’intensissima attività letteraria, come il prorompere di acque a lungo trattenute da una diga innaturale. Dapprima con «Pilgrim’s Regress», racconto allegorico di un cavaliere che incontra vari luoghi dell’anima e personaggi paradigmatici, per ritrovare la fede: notevole, nel testo, l’attenta rivalutazione della mitologia pagana quale prefigurazione della Rivelazione cristiana. Quindi con la trilogia fantascientifica «Lontano dal pianeta silenzioso», «Perelandra» e «Quell’orribile forza», anch’essa nata da una scommessa con Tolkien1.

Infine, con «Le lettere di Berlicche», romanzo epistolare tra il demone Berlicche e l’apprendista Malacoda su come meglio corrompere un uomo; l’essenziale, afferma l’esperto diavolo, è disassuefarlo a ragionare, renderlo passivo, supino al dettato della mondanità, del successo, dell’affermazione individuale.

 

In questi anni è intensa anche l’attività di Lewis come filosofo: «Miracoli – Uno studio preliminare» è un testo che, prendendo spunto dai miracoli descritti nel Nuovo Testamento, intende in realtà risalire alla natura del mondo, dimostrando per assurdo l’impossibilità (o meglio la auto–contraddittorietà) del monismo determinista proprio del materialismo ateo. Qualora tutti gli eventi ed i pensieri fossero determinati da leggi fisiche, infatti, non sarebbe possibile distinguere affermazioni vere da asserzioni false né, meno che mai, costruire una descrizione razionale del mondo.

Negli anni Quaranta, Lewis inizia anche la stesura di un libro a quattro mani con Tolkien: «Language and Human Nature», che tuttavia rimarrà incompiuto.

 

“E allora vide una piccola luce che brillava lontano, dritto davanti a lei. Lucy si rese conto che dove avrebbe dovuto esserci la parete di fondo dell’armadio c’erano invece alberi.

Quello era un bosco, e nel bosco c’era un sentiero. Nevicava; era già buio e nevicava.”

 

(«Le cronache di Narnia» – “Il leone, la strega e l’armadio”)

 

Lewis scrive alacremente, velocemente, con una facilità stupefacente. Il suo stile è leggero e scorrevole; non si attarda in descrizioni o digressioni, né, tantomeno, colloca la trama all’interno di un quadro storico coerente, anzi, rovescia l’impostazione, ed è l’ambientazione storica a formarsi mentre le vicende si susseguono seguendo le esigenze della narrazione. L’immaginazione crea alcuni eventi e l’artista li collega, componendo ed affinando la trama.

Se Tolkien lavora in intensità, Lewis lavora in estensione. Là dove il primo impiega l’intera vita per dare forma coerente al corpus leggendario in cui le storie successive andranno a inserirsi2, il secondo crea prima la storia e solo dopo (e soltanto quando è strettamente necessario) accenna al mondo in cui si svolge. «Le cronache di Narnia», suddivise in sette libri editi fra il 1950 ed il 1956, segnano la maturità artistica dell’autore e, al contempo, marcano la profonda differenza dal suo amico e mentore. Le avventure di quattro ragazzi (ed altri si aggiungeranno in seguito) nel Paese di Narnia procedono veloci e agili come acqua di un fiume, tra passaggi magici attraverso un armadio e la comparsa di Babbo Natale, animali parlanti, sortilegi e misticismo. Non a caso, l’ambientazione non è solo in un tempo ma anche in uno spazio diverso da quello abituale, proprio per concedere allo scrittore la massima libertà possibile. Del resto, «Il nipote del mago», primo libro delle Cronache, in cui è descritta la creazione di Narnia, vede la luce solo nel 1955, quando i primi cinque libri sono già stati pubblicati.

Puntuale, precisa, inappuntabile – al contrario – è l’allegoria morale sottesa al romanzo, che detta tempi e modi dell’azione. La resurrezione del leone Aslan è Simbolo, archetipo e traslazione della Resurrezione di Cristo.

La Rivelazione cristiana è il fulcro e il cuore della Storia e riassume in sé le mitologie classiche, nordiche e celtiche cui Lewis attinge profusamente.

Le ambientazioni più varie, pregevoli pur se concise, eleganti e raffinate, formano una cornice efficace all’azione, imprevedibile, aperta ai più svariati apporti.

 

Le fiabe di Lewis sono, comunque, racconti fantastici per l’infanzia, contrariamente a quelle di Tolkien, per il quale la fiaba è un genere letterario a sé stante, che non ha nulla a che vedere con l’età del (presunto) pubblico cui si rivolge. In effetti, Lewis vuole recuperare l’infanzia quale aspetto interiore imprescindibile nell’adulto e critica ferocemente la società a lui contemporanea, che decreta la morte del bambino interiore e, con essa, un impoverimento ed un appiattimento spirituale generalizzato.

 

“Mi sembra che il punto di vista moderno contenga una falsa nozione di crescita. (…)Oggi mi piacciono Tolstoj, Jane Austen e Trollope come le fiabe, il che è una crescita; tuttavia, se avessi rinunciato alle fiabe per fare posto ai romanzieri non potrei parlare di crescita ma solo di un cambiamento nei gusti. Un albero cresce perché si formano nuovi anelli, un treno che lascia una stazione per arrivare alla prossima non cresce affatto. (…) È vero, sì, che crescere vuol dire subire nuove perdite, cosa che può avvenire in modo accidentale o per sventura, ma non è questa l’essenza della crescita e certo non quello che la rende ammirevole e desiderabile. (…) Alcuni critici confondono il crescere con il prezzo del crescere e sembrano avere tutto l’interesse a far lievitare tale costo ben oltre il necessario.”

 

(«Tre modi di scrivere per l’infanzia»)

 

Sposatosi nel 1957 con la poetessa Helen Joy Davidman, la perderà dopo soli tre anni, affetta da un tumore. Trascriverà la sua esperienza in «A Grief Observed», un diario sincero, amaro, che interroga atrocemente Dio sull’esperienza del dolore ma in cui, al termine, accetta la sofferenza, la Croce (così come aveva scritto quasi vent’anni prima in «The Problem of Pain»), la contraddizione; la necessità del transito terreno qual è, con tutta l’esperienza del cordoglio e la certezza ancor più solida della Verità eterna, in quella gioia che ha scoperto a fondamento della vita e che lo accompagnerà fino al giorno della sua morte, nel 1963.

 

 

1) Lewis avrebbe dovuto scrivere un viaggio nello spazio, Tolkien, invece, uno nel tempo.  Secondo alcuni, Tolkien avrebbe adempiuto all’impegno con la trilogia del «Signore degli Anelli»; molto più probabilmente, invece, tentò, senza riuscirvi, di portare a termine «Il Silmarillion».

2) Come magistralmente illustrato in «“Foglia” di Niggle».

3) Curiosamente il secondo nome della moglie era appunto “Joy”, come la “joy” o “gioia” che compare quale concetto centrale nell’autobiografia di Lewis.