– DI MARCO PASSERO
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Era il 1765 quando il parlamento Britannico, con lo Stamp Act, imponeva alle colonie dell’America del Nord una tassa su diversi tipi di documenti e pubblicazioni[1]. La reazione dei coloni, ormai esasperati, non si fece attendere, e prese corpo nel rifiuto di essere sottoposti a tassazione senza godere di una rappresentanza nel parlamento Inglese. Ci si ribellava, cioè, in nome del principio “No taxation without representation”, che costituì un elemento di coesione per i coloni in rivolta contro la madrepatria.

 

Durante il secondo congresso continentale di Philadelphia e in piena guerra di indipendenza, il 4 luglio 1776 i rappresentanti delle 13 colonie americane stilarono e sottoscrissero la Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America.

 

Il testo fu redatto dalla “Commissione dei Cinque”, composta da Thomas Jefferson, Benjamin Franklin, John Adams, Robert Livingston e Roger Sherman. L’originale della dichiarazione, riportante le cinquantacinque firme dei Padri Fondatori, che si aggiunsero alla prima, quella di John Hancock, è esposto (ormai quasi illeggibile) nei National Archives di Washington.

 

Il contenuto della dichiarazione è ricco di spunti illuministici e giusnaturalisti. Si parla di verità “per se stesse evidenti”, di uguaglianza, “Tutti gli uomini sono stati creati uguali”, di diritti inalienabili alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità, di principi tipici del repubblicanesimo come l’opposizione a una tirannide, il diritto di ribellarsi all’autorità costituita di cui parlavano gli studi pionieristici di Locke, e quello all’autogoverno del popolo. Una frase è poi il cuore di tutte le altre: “Ma quando una lunga serie di abusi e malversazioni, volte a perseguire il medesimo obiettivo, rivela il disegno di ridurre tutti gli uomini all’assolutismo, è loro diritto, è loro dovere rovesciare un siffatto governo e provvedere nuove garanzie alla sicurezza per l’avvenire”. Si teorizzava dunque il potere del popolo e la sua facoltà di agire, il suo diritto e dovere morale di lottare per cambiare le cose.

 

A partire da questi fatti storici, il 4 luglio è diventato giorno di festa nazionale per gli Stati Uniti, la festa dell’indipendenza americana. Un popolo fortemente patriottico come quello americano ogni anno non vede l’ora di scendere per le strade e partecipare alle parate mattutine. Nelle basi militari vengono sparati tanti colpi quanti sono gli stati americani, passati dunque da 13 a 50 nei 238 anni che hanno seguito la stesura della dichiarazione. Negozi e uffici restano chiusi, e non si rinuncia per nulla al mondo al classico barbecue con parenti e amici, prima dei fuochi d’artificio serali. Le città cambiano i colori, nel vestire quelli della bandiera a stelle e strisce, il bianco, il rosso e il blu, mentre ovunque riecheggia l’inno nazionale, “The Star-Spangled Banner”.

 

Anche quest’anno gli oltre 316 milioni di cittadini statunitensi sono pronti a festeggiare, uniti come non mai, l’anniversario della nascita di un popolo, resa possibile grazie alle intuizioni dei Padri Fondatori, ai sacrifici dei coloni del XVIII secolo e al loro coraggio nell’opporsi alla madrepatria, principi chiave di una dichiarazione di indipendenza che, letta attentamente e tra le righe, ancora oggi sarebbe in grado di offrire indicazioni per perseguire libertà e felicità tra gli uomini, sebbene duecentotrentotto anni dopo la sua stesura.

 

[1] “The Stamp Act of 1765 – A Serendipitous Find”, Hermann Ivester, The Revenue Journal, 2009.