– DI DAVIDE GORGA
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MRJames1900La luce serale brillava sull’edificio facendo risplendere i vetri delle finestre come tanti fuochi. Attorno e dietro la casa si stendeva un parco pianeggiante, costellato di querce e bordato di abeti che svettavano verso il cielo. L’orologio del campanile della chiesa, nascosta fra gli alberi al margine del parco e di cui solo la banderuola dorata rifletteva la luce, stava battendo le sei, e il suono si diffondeva gentilmente col vento.

 

(«Cuori perduti»)

 

Maestro di contrasti e sapiente plasmatore di immagini, suoni e atmosfere, Montague Rhodes James (Goodneston, 1862 – Eton, 1936), storico, medievista, docente universitario a Cambridge e ad Eton, scrittore di fiabe, è forse il più noto autore di ghost-stories e, al contempo, un innovatore del genere. La sua opera segna il tramonto del romanzo gotico a favore di un’integrazione dell’elemento sovrannaturale all’interno del mondo quotidiano. Lo stile, sobrio, essenziale eppure elegante mantiene una tremula attenzione sul manifestarsi degli eventi ai margini del sensibile in un crescendo che culmina nella soluzione della trama, sia che si tratti di una rivelazione di antiche tragedie sia che giunga infine alla liberazione dalla persecuzione ultraterrena o, quantomeno, al superamento della stessa.

Spronato dagli amici, James scriverà un racconto all’anno, in occasione di ogni vigilia di Natale, raccogliendo e pubblicando la sua produzione in quattro volumi1.

 

La vena narrativa di James trarrà alimento essenzialmente dalla sua formazione culturale ma sfocerà in un contesto variegato, in cui personaggi, ambienti ed elementi sopranormali saranno integrati in trame complesse e dalla struttura inconsueta; l’irruzione di creature d’incubo nella quotidianità avviene per gradi, quasi impercettibilmente, sino a ribaltare talvolta i ruoli per ricomprendere la realtà ordinaria in quella oltremondana. Nonostante la denominazione convenzionale, poche storie trattano di fantasmi in senso stretto; spettatori, narratori o autori di crimini ed efferatezze, s’insinuano nel mondo come presenze inquietanti che in un primo momento è difficile percepire. L’autore gioca molto più sull’elemento psicologico che sulla facile indulgenza verso la violenza fisica, che, pur se presente, non solo diviene il culmine di una tensione sempre più acuita ma, spesso, non è neppure descritta. Non viene dato al lettore nulla di più di quanto non sia strettamente necessario in un dialogo intorno a un “focolare d’inverno”, in cui il dialogo è serrato e stretto e la storia assume i contorni di una fiaba. La vendetta non è il motivo principale dell’azione e, soprattutto, non è intesa come giustizia ma quale ultima abiezione in risposta a delitti atroci, per l’innocenza delle vittime (come in «Cuori perduti»), per l’intrinseca efferatezza (come ne «Il terreno di Martin») o, ancora, quale ultima rivolta infernale contro l’ingiustizia umana (come ne «L’acquaforte»).

Non vi è mai il compiacimento, tipico invece delle opere a noi contemporanee, verso il gusto del macabro fine a sé stesso o, peggio, la consapevole celebrazione della morte sulla vita. Le creature sovrannaturali ed infere, spesso tozze, pelose, animalesche e terrigne, tanto nell’aspetto quanto nel comportamento, sino ad essere persino cieche, escluse quindi ormai non solo dal mondo della luce e del giorno ma in maniera totale e completa da quello della luce in genere, anche da quella fievole di luna e stelle, sono dichiaratamente il nemico dell’umanità, tanto da radunare a raccolta contro di sé anche persone dal carattere più differente, alleate contro l’anormalità e la perversione delle leggi di natura, contro il riaffiorare del male assoluto. È in questa  – Non a caso, nelle scene più angoscianti, rigorosamente notturne, splende la Luna, quasi sempre piena ed al culmine della luminosità, in un cielo terso e vegliante sull’umanità incredula.

 

Non si chiese neanche una volta, fino al mattino, com’era possibile che, anche se non c’era luce nella stanza, avesse visto la Casa delle Bambole con perfetta chiarezza. Eppure era così. Era lo stesso effetto di una splendente luna piena sopra una casa bianca(…)”

 

(«La casa stregata delle bambole»)

 

Quando, poi, l’autore intreccia il mystery alla ghost-story («Il trattato Middoth») lo fa con tocco leggero e sicuro, incrociando i piani narrativi senza contaminare la suspense con l’inquietudine e il terrore, terminando la storia con il più classico lieto fine: un felice matrimonio dalle premesse improbabili e una ricchezza completamente inattesa,  celebrando la vita che si rinnova, la gioia, l’abbondanza. La parte più oscura e innaturale si dissolve come una ragnatela in un prato. Se per un verso «Il trattato Middoth» può ricordare i lavori del contemporaneo Edgar Wallace, lo stile asciutto, pulito, quasi austero di James non indugia neppure per una lettera più del necessario sugli eventi, né, tantomeno, in giudizi taglienti sui personaggi che, proprio in quanto tratteggiati con pochi, vigorosi tratti, acquisiscono una personalità complessa e votata ad un graduale sviluppo durante il dipanarsi della trama. In un certo senso James chiede la collaborazione del lettore, facendo sì che divenga parte attiva nel processo di creazione artistica, uditorio reale per quanto distante nello spazio e nel tempo, col quale confrontarsi quasi come in una narrazione orale.

 

Del pari, le ambientazioni dei racconti non sono mai completamente definite, pur attingendo ampiamente da quegli scorci d’Europa (ed in particolare di Francia ed Inghilterra) noti e cari all’autore; le città, le coste, le locande, pur non essendo reali sono realistiche e perfettamente coerenti con la quotidianità, e, pur accordando una decisa preferenza a chiese, biblioteche e case di campagna, James le trasfigura in scenari pronti ad accogliere l’elemento sovrannaturale che s’inserisce a fianco di quello ordinario e comune, indicando, di fatto, una stretta continuità tra i due ambiti, privi di demarcazioni nette, essendo il primo null’altro che un’estensione, per quanto sconosciuta o misconosciuta, del secondo. La capacità di ricreare contesti familiari e perfettamente coerenti con il vissuto del pubblico è un primo passo con cui viene raggiunto il coinvolgimento ad un livello quasi preconscio. Quanto agli eventi sopranormali, essi sono, come già i personaggi, descritti nel loro svolgersi attraverso gli episodi culminanti (lasciando spesso volutamente in ombra e, quindi, all’immaginazione del lettore buona parte degli accadimenti), senza tuttavia una spiegazione compiuta che divenga esauriente. Pur attingendo ai racconti folklorici, alle tradizioni bibliche di cui è esperto ed all’ambito religioso in generale, James non offre una logica stringente, un meccanismo spirituale che obbedisca a leggi precise. Ogni storia, ogni personaggio, dal Conte Magnus dell’omonimo racconto al demone senza nome de «L’album del canonico Alberico», si presenta come unico e irripetibile: non un aspetto dell’universo creato quanto piuttosto un’aberrazione dello stesso, un riflesso malsano, una nota stridente nel concerto più vasto della natura, di cui al contempo fa parte pur non compartecipando all’armonia che va, invece, a minare.

 

Le radici dei racconti di James affondano, per sua stessa ammissione («Una serata divertente»), nei racconti popolari e nella tradizione. L’abilità consiste non tanto nel dare libero sfogo ad una sterile fantasia, creando orrori in serie e giustificandoli con improbabili mondi paralleli – quanto nel saper cogliere le impercettibili sfumature, le voci del passato, i tremolii di luce ed ombra agli angoli delle stanze, che confluiscono in racconti taciuti e segreti condivisi da ristrette cerchie di persone che hanno vissuto un’esperienza ai limiti dell’umana comprensione (ma non oltre la stessa). Da qui, la profonda, insanabile divergenza con H. P. Lovecraft, da cui pure riceve attestati di stima.

 

La narrazione di James è considerata spesso “convenzionale”; in realtà, lo diviene solo ad una lettura superficiale, che tenti di ricondurre a puri schemi narrativi l’inesauribile varietà di sfumature e di temperamenti, confondendo la tradizione con la ripetizione; la caratterizzazione volutamente incompiuta con il suo esatto contrario – lo stereotipo – ma il giovane, ridente, solare Garrett de «Il trattato Middoth» ha ben poco in comune con il calmo, riservato,  ombroso e robusto professor Dennistoun de «L’album del canonico Alberico» e l’infernale alchimista Karswell  («L’incantesimo delle rune») non è il pagano Abney («Cuori perduti»)2.

 

Le creature sovrannaturali che compaiono nei racconti di James non sono, come si è accennato, riconducibili a categorie precise e inequivoche; spiriti irrequieti possono vendicarsi a generazioni di distanza, demoni biblici perseguitare il custode di un manoscritto, ragazzini veicolare inconsapevolmente messaggi dall’Aldilà, ed esseri che appaiono privi di una consistenza propria alterare lo spazio e la materia.

Costante unica, l’atteggiamento ostile nei confronti degli esseri viventi (o almeno di alcuni), non tanto per convinzione morale quanto per scelta estetica, nella convinzione, prettamente jamesiana, che un diverso stile (come invece scelto da Mary Wilkins Freeman ne «Il fantasma perduto») risulterebbe, in ultimo, poco attraente.

 

Niente è più attraente, nei libri di una volta, della descrizione del focolare d’inverno, davanti al quale la nonnina racconta ai nipotini che pendono dalle sue labbra favole e storie di fantasmi, incutendo loro una piacevole paura.

 

(«Una serata divertente»)

 

È evidente, nelle tematiche di M. R. James, la presenza costante di un passato mitico, probabilmente spaventoso ma, di certo, istruttivo, se non altro per l’opportunità che offre di affrontare le proprie paure, i propri limiti, le proprie ombre. Un patrimonio che la modernità ha perso e di cui, ancora oggi, nonostante le esasperazioni patetiche ed orrorifiche di cui tenta di nutrirsi, avrebbe bisogno per ritrovare il proprio nucleo intimo e mistico.

 

 

1) «Ghost Stories of an Antiquary» (1904), «More Ghost Stories of an Antiquary» (1911), «A Thin Ghost and Others» (1919), «A Warning to the Curious and other Ghost Stories» (1925).

2) M. R. James riconobbe tuttavia la somiglianza tra due racconti, «La casa stregata delle bambole» e «L’acquaforte», in cui due oggetti rappresentano la consumazione di un delitto e di una vendetta.