– DI ALESSANDRA MINCONE
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In questi giorni, alcuni scompigli separatamente nazionalistici hanno potuto mietere vittime comuni, adolescenti segnati senza condizione da un sistema coerentemente realizzato in forma di “Religion di Stato”. Nelle zone di estensione a macchia di leopardo della Palestina, uomini periscono nell’oscurato compromesso di non aver diritti.

Cittadini abietti a questo mondo, giovanissimi, vedono di un corpo loro diventare armi di guerra, in linee di confine in cui mai risplende tregua. E intanto, l’animalesco affanno degli Ebrei misto a spirito profetico dei venti, rinuncia a coesione e va colonizzando, prendendo di mira battaglie motivate da stirpi di forti ideali, pre-nazisti forse, o post-fascisti; caratterizzati dallo stesso fervido onore delle odissee dette crociate.

In questi giorni, atti perseveranti sono tutt’ora commessi dal popolo d’Israele, verso persone casualmente innocenti, nati lacerati da un duello storico che rende i Palestinesi popolo vinto, vittima; genti schiave di sfruttamento, ghettizzati nei loro nidi, privati di cittadinanza, attraverso espiazioni di folli rivendicazioni, ristretti in “un crimine di guerra” proprio come viene definito dalla direttrice in Medio Oriente di Human Rights Watch, Sarah Leah Whitson. E ciononostante, nessuno ferma questo progressivo espandersi di abusi fisici ed edili, denunciati al mondo in richiesta d’aiuto dal Movimento Islamico di Resistenza; anzi, mentre il Presidente dell’ONU Ban Ki-Moon non si congeda dall’augurare solenne pace alla nuova voglia dello Stato di Palestina circa il formare la celebre unità nazionale – tanto auspicata quanto lontana –  rimane pericolosamente accantonato dai media il disastro dei piccoli prigionieri Palestinesi per mano di Israeliti che, chissà quanto impauriti, cesseranno di resistere al cuore tremante mentre un nuovo raid scandisce paura e terreno, nella striscia di Gaza.

La situazione estera che si scruta ai telegiornali sfiora il nostro udito quasi in maniera misticamente superficiale: giovani vite coinvolte in liti che sfociano in morti premature; dolori – lancinanti persino ad incubi – di figli del mondo costretti a cedere la vita nel calore del fuoco, reprimendo lacrime all’ustione; notizie di occupazione, bombardamenti ordinatamente giornalieri, falliti tentativi di resistenza locale, purtroppo, dissimulano in realtà un’originaria ferocia dovuta a cause religiose, eclissata da conflitti esistenziali mai laicizzati di popolazioni restrittivamente estremiste e presuntuose.

Ebbene: presuntuose nel loro essere l’essenza di “popolo eletto da Dio”. E presuntuosi in un materialismo novellisticamente distopico: popolo d’Israele che si fa spazio nel mondo non col progresso, ma con la determinazione di chi è sicuro di avere il diritto di vietare; con ciò, chi ne paga le conseguenze sono vittime di una storia profetica, che da sempre ad ora, pone diffidenza nel valore d’illusione che concilia spirito a ricchezza, che rintana un egoismo sprigionato da una razza erede del patrimonio d’avidità, fortemente concentrata in ascetismo incline al bene, e realisticamente predisposto a conquistare un campo in cui infangarsi di sangue altrui.