– DI DAVIDE GORGA
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hillman1Perché è questo che in tante vite è andato smarrito e va recuperato: il senso della propria vocazione, ovvero che c’è una ragione per cui si è vivi (…) la vocazione, il destino, il carattere, l’immagine innata: le cose che, insieme, sostanziano la «teoria della ghianda», l’idea, cioè, che ogni persona sia portatrice di un’unicità che chiede di essere vissuta e che è già presente prima di poter essere vissuta.”

 

(«Il Codice dell’Anima»)

 

Le nostre vite sono descritte in termini meccanicistici, si tratti di eventi esteriori o interiori che hanno interessato il nostro intimo più profondo. La psicologia trova ed enuclea spiegazioni sufficienti (e sovrabbondanti) per giustificare il nostro essere, le nostre condizioni e convinzioni, semplici effetti di cause già date – immutabili, preconoscibili, in base a un dinamismo psichico prettamente determinista, che spiega il punto d’arrivo sulla base delle esperienze precedenti. James Hillman (Atlantic City, 1926 – Thompson, 2011), psicologo analista junghiano, filosofo, divulgatore e scrittore pregevole, ha dedicato la vita a rovesciare la prospettiva, affermando che è stato appunto per rivelare e far sbocciare appieno l’individualità, il talento, la missione di cui la persona è investita, che gli eventi passati si sono potuti o dovuti produrre.

 

La teoria della ghianda dice (…) che io e voi e chiunque altro siamo venuti al mondo con un’immagine che ci definisce. L’individualità risiede in una causa formale, per usare il vecchio linguaggio filosofico risalente ad Aristotele. Ovvero, nel linguaggio di Platone e Plotino, ciascuno di noi incarna l’idea di sé stesso. (…) La teoria, inoltre, attribuisce all’immagine innata una intenzionalità angelica, o daimonica, come se fosse una scintilla di coscienza, non solo, afferma che l’immagine ha a cuore il nostro interesse perché ci ha scelti per il proprio.”

 

(«Il Codice dell’Anima»1)

 

Hillman propone una ri–fondazione della psicologia, o, quantomeno, una sua profonda revisione2. L’essere umano è chiamato sin dall’infanzia a quel destino che lo aspetterà nel corso della sua vita e, in quest’ottica, deve prepararsi ad esso nel migliore dei modi. A volte il bambino diviene, proprio per questo, un «bambino difficile» ma lo è nella misura in cui gli adulti hanno dimenticato la dimensione Puer (l’Infanzia) che è sempre anche dentro di loro. In tal caso, anziché affrettarsi a mandare i bambini in terapia, loro che, spesso, non ne hanno minimamente bisogno, varrebbe la pena ascoltarli, cercare di comprendere quale sia la loro progettualità interiore, il loro disegno, la loro vocazione.

 

L’autore vede chiaramente nelle immagini e nei desideri, nei sogni infantili, una prefigurazione di quella chiamata che verrà in età adulta e che concretizzerà il vero senso, il senso più autentico della vita, non dettato da considerazioni logiche o da calcoli razionali, semplicemente dalla volontà di seguire la propria Via per  realizzarsi completamente. Cosa che può essere attinta unicamente attraverso l’intuizione e la consapevolezza che il mondo invisibile spesso prende il sopravvento su quello visibile:

 

Vedere è credere, credere in ciò che si vede, e questo fatto conferisce immediatamente il dono della fede alla persona o alla cosa che riceve lo sguardo. Il dono della vista è superiore ai doni dell’introspezione. Perché tale vista è una benedizione: trasforma.

 

(«Il Codice dell’Anima»)

 

È in questo che consiste la “teoria della ghianda”, un seme che l’essere umano porta dentro di sé, minimo, eppure destinato a dare i più grandi frutti, a divenire una robusta quercia, informando di sé l’esistenza, donandole significato e rivelando a colui che la porta la sua funzione nel mondo3. Seguire attentamente la ghianda, accudirla, curarne lo sviluppo; proteggerla senza tradire il suo portato, quindi, significa sviluppare completamente il proprio potenziale umano e, in tal modo, contribuire all’equilibrio, alla bellezza, alla giustizia del mondo. In altre parole, attraverso la psiche del singolo è possibile curare la psiche del mondo.

Ed in questo compito ciascuno incontra spesso un mentore, una persona che è in grado di vedere l’“essenziale”: non l’aspetto transitorio, esteriore, né l’abilità manifesta dell’allievo ma il suo progetto interiore — e grazie a questa acuta percezione riesce ad indirizzare, meglio di chiunque, l’altro verso la propria vera vocazione. Così come accade, per esempio, a Georges Izambard con Arthur Rimbaud.

Hillmann trae alcune storie, alcune biografie che esemplificano magistralmente la “teoria della ghianda”: come quella di Vilhjalmur Stefansson, deriso dai compagni d’infanzia per la sua apparente mancanza di forza e di coraggio, solitario, intento a far navigare barchette di carta nella vasca da bagno, eppure intuendo evidentemente più di quanto gli altri possano sospettare, dal momento che diverrà un celebre navigatore ed esploratore del Mar Glaciale Artico. La solitudine di cui si circonda il bambino è un’eco delle solitudini quasi metafisiche incontrate dall’uomo ai confini delle terre conosciute.

 

Del resto, sempre, dentro di noi, convivono il Bambino e l’Anziano, Puer e Senex, il primo è forza vitale e psichica, anelito trascendente, eterno bambino (“puer æternus”), mentre il secondo ordina, conferisce significato, storicizza.

Nel momento in cui c’illudessimo di poter espellere una di queste componenti da noi, troveremmo inevitabilmente l’aspetto negativo e depravato dell’altra.

 

La massima festina lente, insomma, esprime un ideale (…) che tuttavia può essere raggiunto soltanto rimanendo coerentemente fedeli all’aspetto puer (…) significa saper riconoscere il proprio passato puer: tutti i suoi azzardi e bei gesti e aspirazioni troppo vicine al sole. Da questo passato come storia noi traiamo certe conseguenze, facciamo sì che la storia possa raggiungerci e in questo modo la nostra fretta ne viene rallentata. La storia è l’Ombra senex del Puer, ciò che gli dà spessore. Attraverso le nostre storie individuali, il Puer si fonde con il Senex, l’eterno è riassorbito nel tempo, il falco torna a posarsi sul braccio del falconiere.

 

(«Puer Æternus»4)

 

È in questa tensione in cui gli opposti si riconoscono e si accompagnano che l’essere umano si realizza compiutamente nella saggezza della vecchiaia quanto nella purezza dell’infanzia, non rinunciando ai sogni per una piatta vita grigia, monotona, razionale, quanto invece assumendone l’importanza e riconoscendo in essi una progettualità che merita d’essere trasposta nella pratica.

Progettualità che trascende l’essere umano chiamato ad adempierla e che, al contempo, rappresenta la più alta meta e la più ampia nobilitazione — il segreto e la meraviglia della vita stessa.

 

Note

1) «Il codice dell’anima: carattere, vocazione, destino», Adelphi, Milano, 1997.
2) «Re-visione della psicologia», Adelphi, 1983.
3) Cfr. Vangelo secondo Marco, 4, 31-32
4) «Puer æternus», Adelphi, Milano 1999