– DI ALESSANDRA MINCONE
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Da tempo, sembra che le stesse cause che sconvolsero gli ultimi anni del XX secolo (1980 – 1988),  si stiano adesso fomentando in qualità di minacce belliche ai notiziari. In Medio Oriente, lunghe marce di miliziani attraversano confini di paura e sangue.

Non stiamo parlando della Striscia di Gaza, dove morti innocenti non si possono contare ed ogni ferito è uno strazio al cuore; ma ancora una volta, i  motivi dei bombardamento risalgono ad estremismi religiosi disuniti tra loro. Stiamo cercando di analizzare i motivi che hanno sollecitato brevemente qualche notizia in tv, in merito alla vacillante situazione che si respira nel territorio iracheno, ai bordi della Siria, entro i confini dell’Iran e dell’Arabia Saudita, lontano dal mondo Occidentale dove continuamente viene sminuita la tragicità del fanatismo che ancora una volta prende la piega di un combattimento in cui nessuno può gridare vittoria.

IMG_0340[1]Lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante avanza i crediti di tensione così come aumentano i soldati pronti a combattere per il loro leader, Abu Bakr al-Baghdadi. E la situazione comincia degenerando, proprio come quando nell’agosto 1990 il popolo iracheno urlò in nome del consenso U.S.A. avanzando con armi capaci di sterminare l’intero creato umano per la conquista di pozze petrolifere e generando una guerra con i loro stessi pseudo-alleati.

Oggi, a causa di un governo sciita che viene definito dagli americani incompetente, il popolo iraniano ancora tentenna circa la richiesta di sicurezza – a paesi industrializzati e globalizzanti – mentre ci si chiede come mai la squadra presidenziale di Obama esiti ad intromettersi nella nuova rivolta islamica, limitando l’aiuto alla popolazione civile ad una supervisione dell’intelligence; l’ISIS, intanto, attacca bruscamente ogni simbolo di memoria e di coltivazione alla comunità dell’arte, riportando a un oscurantismo mentale tipico dell’Oriente Antico.

È, infatti, in nome di un Nuovo Califfato che il leader del gruppo jihadista ha fondato il nuovo Stato di carattere profetico e, autoproclamandosene il messia, ha dato il via alle rivolte attraverso l’occupazione di Baghdad per l’unificazione del territorio islamico, intento a comprenderne vaste zone territoriali.

IMG_0341[1]Il nuovo Maometto rende noto che l’unico sistema che sia in grado di fermentare un’unità di religione e di comunione sociale sia l’eliminazione categorica di ogni segno culturale di vita che sia indipendente dall’Islamismo integralista: così, sul web possiamo scorrere tra le foto dei primi monumenti sciiti e delle chiese distrutte da bulldozer, nel nord dell’Iraq; ma sono circa 1.791 i siti archeologici, nativi e protagonisti della storia dell’antica Mesopotamia che, insieme a pezzi scultorei e bassorilievi, si trovano nell’incessante pericolo di essere eliminati per evitarne lo studio del recupero simbolico. Molti dei luoghi dediti alla storia erano già stati saccheggiati durante l’occupazione statunitense ed alcuni pezzi d’arte si rinvengono danneggiati;  mentre il Guardian riferisce che le ricchezze appartenenti al nuovo califfo provengano proprio dal frutto di un mercato illegale basato sullo scambio di tesori antichi, che gli ha già consentito la fruizione di un bottino ammontante a circa due miliardi di dollari, cui appartengono importanti opere non solo irachene.

Il messaggio sembra essere chiaro: ritornare alle antiche usanze, ai tradizionali valori religiosi dettati dal Corano, e bramosa sete di tracciare ulteriori confini territoriali. I nuovi risvolti non possono che confermare quanto le mentalità delle popolazioni dedite alla vita religiosa rischino ancora una volta di tramontare in una strage di sangue impuro, e se ne vedrà la fine solo allo stremo delle forze di coloro che decideranno di esserne partecipi, quando ci saranno tanti morti quanto le coscienze pronte a incidersi l’anima per poter rallentare il tempo e ripercorrerlo, per dimenticare pagine di storia della vergogna e riaffermando il solito “Noi delle Nazioni Unite, decisi tutti a salvare le future generazioni dal flagello della guerra riaffermando la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona, nell’uguaglianza delle nazioni grandi e piccole”. 

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