– DI MARCO DI DOMENICO
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Bisogna fare attenzione ai movimenti nazionalisti: questi creano l’autocoscienza di nazioni preesistenti, che nei fatti storici non esistono e nascondono le somiglianze tra la nazione di cui pretendono di raccontare la storia e le altre.

 

Il sionismo è nato alla fine del XIX secolo per due reazioni: una verso l’antisemitismo europeo e l’altra contro i vari movimenti nazionalisti, che escludevano gli ebrei dalle comunità politiche in formazione. Dal Medioevo all’inizio dell’età moderna, molti ebrei d’Europa abitavano in aree delimitate delle città, note come ghetto, in cui era la comunità a regolare la vita quotidiana. Questa “libertà” è venuta a mancare con l’avvento degli Stati assoluti. Un anno significativo per gli ebrei dell’Europa occidentale e centrale, è stato il 1791: venivano eliminate le strutture di tipo corporativo e delle distinzioni giuridiche che fondavano la separazione degli ebrei dai loro compatrioti. Questo processo viene chiamato “emancipazione degli ebrei”. La situazione non era così in Europa orientale: la Russia ha emancipato gli ebrei solo nel 1915. Nei territori russi (Polonia, paesi baltici, Ucraina e Bielorussia) vivevano molti ebrei, ma questi erano obbligati a risiedere ai margini dell’Impero russo. Quest’area si estendeva dal Mar Baltico al Mar Nero. Gli ebrei erano abili commercianti: i loro colleghi di Mosca e San Pietroburgo temevano la loro abilità e la classe dirigente russa pensava che l’integrazione ebrea avrebbe avuto conseguenze negative per l’Impero.

Su quest’aspetto non c’era da temere: l’assimilazione degli ebrei non si è mai avuta, per via del diffuso antisemitismo. Non distinguendo tra ebreo osservante e non, questa politica ha avuto l’effetto di rafforzare la convinzione che fossero la storia e la cultura, e non la fede, a farne una comunità. Nel 1882, dopo una serie di tumulti contro gli ebrei (pogrom), questi non potevano più vivere in campagna. Si sono spostati, quindi, nelle maggiori città, divenendo così la comunità più urbanizzata in Europa orientale. Nonostante il loro contributo all’economia, erano sempre soggetti ad imprevedibili esplosioni di violenza. Così tra 1881 e il 1914, circa 2,5 milioni di ebrei ha lasciato l’Europa: la maggioranza optava per gli Stati Uniti (più di 2 milioni), la restante parte sceglieva la Palestina.

 

La Palestina è stata una delle prime aree conquistate dagli arabi nel VII secolo. Il grande califfato arabo era costantemente sotto attacco da bande di altaici. Una di queste era comandata dal guerriero Osman, il fondatore della dinastia ottomana. Nel 1516, la Palestina è stata invasa e annessa all’impero ottomano, diventando il fiore all’occhiello dei sultani, per via della presenza di tre città sante (La Mecca, Medina e Gerusalemme).

La maggior parte della popolazione era rurale e concentrata nella zona collinare dell’entroterra, evitando la costa esposta agli attacchi dei beduini.

Dopo la rivoluzione industriale, l’economia di mercato ha favorito, in Palestina, la nascita dei “principati del cotone”. Nel XVIII, il potere del governo centrale ottomano attraversava un periodo di indebolimento a livello locale, causato dai signori della guerra locali. In Palestina, si fronteggiavano Zahir al Umar, a capo di un principato con capitale Akko, e Ahmad al Jazzar Pascià, a capo del principato a Sidone. Entrambi hanno reso ancor di più la Palestina dipendente dall’esportazione del cotone, ma, le invenzioni europee e l’ingresso degli Stati Uniti nel mercato mondiale hanno costituito un disastro per i produttori palestinesi, incapaci di fronteggiare la riduzione del costo mondiale.

Durante il XIX, la Palestina è stata ammodernata politicamente da Mehmet Ali, signore d’Egitto, che godeva di ampie autonomie da parte del governo ottomano. Suo figlio, Ibrahim Pascià ha introdotto delle istituzioni dello Stato moderno europeo: la leva militare, una tassazione diretta, consigli consultivi, aumento delle esportazioni e investimenti in opere pubbliche. Ma i palestinesi non vedevano di buon occhio queste riforme, specie l’obbligo leva. Gli ottomani, una volta riacquisito il controllo della Palestina, hanno ampliato le innovazioni egiziane. Una delle principali novità è stata la riforma della proprietà terriera del 1858: consentiva ai singoli di registrare la terra a proprio nome, attribuendo loro l’onere fiscale. La legge non ammetteva la proprietà collettiva della terra, così, spesso, era il capo del villaggio o il capo beduino a registrare la terra a proprio nome, determinando un rigido sistema di stratificazione sociale ed economica. I padroni delle terre sarebbero diventati, poi, i notabili di città. Non vivendo più nelle terre, ma nelle città, essi non erano attaccati alla proprietà come i contadini che la coltivavano e la vivevano: così, quando gli emissari del Fondo nazionale ebraico si sarebbero presentanti per acquistare le terre per la venuta dei coloni palestinesi, i proprietari vendevano senza problemi, attirati dalla valuta straniera.