– DI EMANUELE TANZILLI
emanuele.tanzilli@liberopensiero.eu

 

BrainchBuona domenica, cari lettori. Invece dei formalismi di rito comincio dai ringraziamenti, e questa mattina vorrei ringraziare di cuore la mia città, a cui per ragioni di sicurezza assegneremo il nome di fantasia “Partenope”, che offre sempre ottimi ed interessanti spunti di riflessione. Partenope si trova in un imprecisato golfo del Sud Italia, all’ombra inquieta di un imprecisato vulcano, ed è abitata da un imprecisato numero di deficienti.

Ebbene, di notizie fresche ce ne sono di continuo, come e più dei pani di primo e secondo forno, come e più delle tazzine bollenti di caffè sospesi, e stare dietro a tutto sarebbe un inutile esercizio di retorica qualunquista. Immagino che anche nelle vostre città accadano strani fenomeni ed eventi, è nella normalità dei fatti; ma Partenope è un po’ diversa, e non è difficile rendersene conto.

Ad esempio, soltanto nei giorni scorsi ho visto e letto di un ragazzino appena 14enne, colpito in pieno da un calcinaccio crollato da una delle più belle Gallerie della città, finito in coma e poi morto a causa del trauma. Oltre ad essere una tragica fatalità di cui rammaricarsi, ciò è motivo di profondo imbarazzo per gli amministratori, che candidamente ammettono la necessità di qualche ritocchino qua e là, per il modico ammontare di un centinaio di milioni di euro. Soldi che naturalmente non ci sono, perché Partenope è bella e generosa, cosicché le tasse non le paga quasi più nessuno, come una vecchia abitudine ormai desueta che va pian piano smarrendosi tra i ricordi di un tempo, fino a diventar leggenda.

Quindi, ho saputo di un 36enne accoltellato nei pressi della stazione centrale perché romano e romanista. E una sorta di vecchio conto in sospeso imponeva una vendetta, o quantomeno una ripicca, nei confronti di quelle determinate persone. Nonostante l’episodio avesse origine in ambienti calcistici, e precisamente dalla morte di un tifoso di cui senz’altro conoscete già la storia, le prime indagini escludono che gli assalitori provengano da gruppi ultrà o cose del genere. Il che fa pensare, con ogni probabilità, ad un’esaltazione spasmodica priva di ritegno e soprattutto di rispetto per la vita umana: nulla di nuovo sotto il sole di Partenope, abituata com’è a mettere i sogni davanti alla realtà, il pallone davanti al cuore e la mano davanti al portafoglio – perché non si sa mai.

Infine, nella mia provincia, che per identiche ragioni di anonimato chiameremo “Dorata Casa”, un’intera pescheria è saltata in aria nel cuore della notte lasciando una scia di fiamme e di metallo scorticato dietro di sé. Le prime piste conducono al racket, e neppure questa è una novità, dal momento che di attentati esplosivi e dinamitardi ne abbiamo uditi a decine negli ultimi mesi: le bombe carta sono entrate ormai a pieno titolo nel folklore locale, tanto che al primo boato ci si chiede subito quale negozio vedremo ridotto in macerie: un’impresa di pompe funebri, piuttosto che un bar, o una pescheria, o cos’altro ancora? In città è vera e propria psicosi, esistono gruppi facebook appositamente predisposti a segnalare ogni rumore o botto sospetto, e spesso l’intero paese sa degli attentati ben prima delle forze dell’ordine.

Mi fermo qui per non abusare della vostra pazienza – e del vostro equilibrio digestivo – e d’altronde credo che il quadro sia già abbastanza completo così. Tutto questo è parte della routine quotidiana, lungo i dorati lidi di Partenope, e l’abitudine ha sepolto la consapevolezza sotto una coltre di macerie e di menefreghismo. Perché vedete, nonostante i crolli, gli agguati, le sparatorie e le lotte fra clan, nonostante i dissesti finanziari e il malgoverno, il problema più grande di Partenope sono i suoi abitanti, che a questo punto, per comodità, chiameremo “partenopei”.

Sono quelli che vanno in giro con i paraocchi, voltando il capo alla bisogna e l’anima alla vergogna, continuando imperterriti a sostenere di trovarsi nella città più bella del mondo. Sono quelli che nascondono dietro i monumenti ogni dubbio, e che forse ora che vengon giù anche quelli si trovano un po’ in imbarazzo. Sono quelli pronti a puntare il dito contro chi punta il dito, nella più infantile baruffa dello scaricabarile, assecondando la mentalità secondo cui evidenziare i problemi serve soltanto a gettare discredito invece che a correggerli. Sono gli ottimisti incrollabili, raccontano di miti e leggende che ad ascoltarli ti si apre il cuore, e un po’ di effimera malinconia trabocca nei ventricoli in un palpito di sapida amarezza, al desiderio utopico di render vera almeno una parte della storia, come in quelle bugie che tutti sanno essere false, ma che ripetute cento e mille volte finiscono con l’esser prese poi per buone.

E io, qui, cerco una conclusione degna e non la trovo, fra le ultime notizie o i tasti più nascosti, quelli che non lasciano lettere sullo schermo del pc. Continuo a credere che una città possa esser bella da far paura, ma non possa essere bella, se fa paura. E Partenope appartiene a quest’ultima categoria. Perché un miracolo solo in mezzo a un milione di tragedie, purtroppo, è una mera statistica e nient’altro.

Nient’altro.