La serie di numeri sui volti del potere giunge all’età contemporanea, trattando uno dei simboli del comunismo reale: Stalin.

Sin da giovane Stalin si tuffò nella carriera politica, agendo clandestinamente in Georgia. Nel 1906 Stalin incontra Lenin. Stalin concepisce la Russia, nel periodo pre-bolscevico, come un piccolo continente: la sua concezione è esposta ne Il Marxismo e la questione nazionale, scritto nel 1913.

Con la rivoluzione d’ottobre il ruolo di Stalin nello scenario politico russo aumenta sempre di più, all’ombra di Lenin. Quest’ultimo fu un vero e proprio maestro per Stalin, da cui ereditò il modo di gestire il potere e la grande importanza data al partito. Ma il governo di Stalin fu comunque molto diverso da quello di Lenin.

Le sue basi furono gettate quando Lenin era ancora in vita: Stalin formò un suo seguito, una cerchia che lo appoggiò al momento dello scontro con Trockij e gli altri papabili successori di Lenin alla morte di quest’ultimo. Il secondo strumento di potere fu rappresentato dalla polizia politica, usata per raccogliere informazioni e per controllare sia la sua cerchia e sia il partito che, al contempo, era il suo terzo strumento di potere.

Ad un certo punto, quindi, Stalin prende il potere. Impone un sistema economico che poco aveva in comune con la teoria marxista ed instaurò un sistema di governo repressivo contro i contadini contrari al comunismo reale.

Dalla fine degli anni ’20 inizia il processo di costruzione del culto di massa. Stalin non aveva la presa sulle folle di un Mussolini e di un Hitler e, per tale ragione, il culto della personalità doveva essere costruito artificialmente. Stalin veniva presentato come l’artefice dell’evoluzione del socialismo. In effetti sotto di lui fu lanciata un grande processo di industrializzazione che cambiò radicalmente il volto dell’URSS, che si dotò, nel giro di pochi anni, di una grande industria pesante e di un livello tecnologico alla pari dei più moderni paesi occidentali. I carri armati prodotti dalle industrie belliche russe superavano gli omologhi tedeschi.

D’altra parte gli abitanti dell’URSS non se la passavano bene, a causa di un salario decisamente basso rispetto a quello dei colleghi occidentali. L’industria stessa, il motore dell’economia, era, inoltre, capace di rinnovarsi, come si vide sul lungo periodo.

Stalin deve costruire il consenso a causa delle sue politiche antipopolari. Il processo di industrializzazione richiedeva costi altissimi, costi che ricadevano sui contadini, che, quindi, non apprezzavano l’opera di Stalin. All’inizio del 1930 furono deportati tre milioni di kulaki, i contadini più agiati. Centinaia di migliaia di essi morirono, perché non si sapeva dove destinarli, fino alla nascita dei campi della polizia politica, i cosiddetti gulag. I villaggi reagivano in massa, anche con grandi rivolte, alla collettivizzazione della terra. I contadini vedevano il socialismo come una seconda servitù, dopo la servitù della gleba ormai abolita da tempo.

Il malcontento veniva represso con la violenza e i contadini, dopo aver rinunciato alle ribellioni, reagirono in un altro modo: con scarsa produttività. La produzione agricola iniziò a calare mentre la popolazione urbana cresceva, il che significava maggiore bisogno di cibo. Già fra 1931 e 1932 iniziarono le carestie, soprattutto in Ucraina, il granaio dell’URSS, ma anche terra di ribellioni. Stalin decise di non risolvere la questione, lasciando morire milioni di ucraini di fame. I contadini tornarono a lavorare ai livelli precedenti: Stalin aveva vinto la sua battaglia.

La crudele politica di Stalin generò la paura e la paura nei suoi confronti non faceva altro che rafforzare la sua figura, che ora diventava temutissima. Stalin, al contempo, usò la menzogna per rafforzare il potere, deformando, nei suoi discorsi, ciò che era accaduto in Ucraina. I dirigenti avevano paura di Stalin e Stalin odiava i suoi dirigenti. Le “purghe staliniane” eliminarono, in diverse fasi, dirigenti e gruppi di nemici, legittimate da una serie di confessioni estorte sotto tortura: furono eliminati politici, stranieri, ex kulaki ed ex galeotti. Tutte le persone sospette dovevano essere eliminate, per Stalin. Arrivò a far eliminare i cantastorie, perchè diffondevano la cultura contadina, e i collezionisti di francobolli, troppo aperti al mondo esterno all’URSS.

Ai morti si devono aggiungere i milioni di deportati per i più disparati motivi. Un terzo dell’intera popolazione russa fu colpito dalla repressione staliniana. Quello di Stalin era un vero e proprio potere assoluto: egli aveva la facoltà di disporre del destino di milioni di persone come più gli faceva comodo.  Il controllo sulla popolazione era notevolissimo, nonostante non fosse ai livelli di altre dittature.

A seguito delle purghe, Stalin ricostruì il suo seguito. Quindi diede un nuovo impulso al nazionalismo russo e alla valorizzazione della cultura nazionale, sebbene non in forme analoghe a ciò che accadeva in Italia e in Germania, a causa del carattere polinazionale dell’URSS. Neanche il nazionalismo riuscì, comunque, a legare la popolazione a Stalin.

La svolta in tal senso fu costituita dalla guerra. Fra 1939 e 1941 Stalin riconquistò i territori persi a seguito della prima guerra mondiale. L’orgoglio nazionale russo fu alimentato come non mai. Una forte pausa nell’accrescimento del consenso di Stalin fu dovuta all’operazione Barbarossa, con cui i Nazisti penetrarono in Russia. Nonostante la forte impopolarità del regime, l’armata russa combattè compatta, grazie al forte disprezzo nei confronti del Nazismo. In Russia morirono, a causa di questi scontri, tre milioni di persone, comunque solo una parte delle vittime totali dell’intero conflitto: 11 milioni di persone.

La reazione russa, culminata con il trionfo russo a Stalingrado, trasformò Stalin dall’uomo della repressione all’uomo della vittoria sui Nazisti. Ciò diede a Stalin anche un enorme potere contrattuale a Jalta. Il prestigio e il mito di Stalin, dopo la seconda guerra mondiale, sono alle stelle.

Ma le condizioni dei cittadini non migliorarono, una nuova carestia provocò un milione di morti in Ucraina e nuove repressioni colpirono centinaia di migliaia di uomini, includendo nuove categorie di oppressi, fra cui gli ebrei. La novità fu rappresentata dal fatto che, in questa occasione, le purghe non coinvolsero la classe dirigente, anzi, si creò un’èlite stabile il cui potere cresceva sempre di più.

Il nazionalismo divenne, nell’ideologia staliniana, più importante del marxismo. Il nazionalismo russo era al centro della sua propaganda e i comunisti si dedicarono alla repressione delle minoranze etniche, come quelle tedesche, nei territori dell’Europa orientale. Monumenti dedicati a Stalin comparirono un po’ ovunque nei paesi satelliti dell’URSS.

L’inizio della guerra fredda richiedeva politiche accorte e decise. Stalin si sentiva pronto alla guerra contro gli USA, posizione non condivisa da moltissimi.

Dopo la morte di Stalin gli alti dirigenti si affrettarono a smantellare il sistema politico e repressivo staliniano, guadagnando il favore della popolazione. Oltre un milione di prigionieri fu liberato e iniziò una serie impressionante di riforme. Diminuirono i poteri della polizia politica, furono favorite le condizioni dei contadini, aumentati i diritti degli stati satelliti, abolite le leggi antioperaie, introdotte le prime misure di previdenza sociale. Fu conservato, invece, il sistema economico basato sulla collettivizzazione dell’agricoltura e sulla statizzazione dell’economia. Ciò che è rimasto da Stalin, fino ai giorni d’oggi, è il sentimento nazionalista, il basare la propaganda sul mito della Russia accerchiata da tutti, come vediamo dall’ascesa di Putin.

In sintesi il sistema politico-economico di Stalin fu per certi versi efficace, dato che portò alla forte industrializzazione e alla vittoria sui Nazisti ma, dall’altra, fu totalmente opposto allo spirito di Marx, che mai avrebbe digerito le fortissime repressioni da parte di un potere che era, a tutti gli effetti, una dittatura dispotica e violenta.

Stay tuned!

PS. Questo numero è basato sul saggio “Stalin e il comunismo” di Andrea Graziosi

 

Davide Esposito