– DI ALESSANDRA MINCONE
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Non ci sono parole per descrivere il fallimento nazionale di fronte al viso degli immigrati che sbarcano in centinaia sulle coste della Sicilia e diventano nuovi pionieri mediterranei. Non ci sono parole per quantificare lo sdegno, con cui a fronte di un progetto-lavoro che non riesca a sbarazzarsi dello spettro della disoccupazione, siano giovani uomini venuti dall’Africa a smuovere i sistemi governamentali, stanchi di credere in un’Italia burocratica dove le cose non funzioneranno mai. Era il febbraio 2014 quando un piccolo ed invisibile gruppo di lavoratori resi schiavi e prigionieri di una cittadinanza passiva, ha denunciato le condizioni disumane in cui erano costretti a versare per resistere; una schiavitù figlia del sole troppo accecante che non vuol vedere per non lacrimare: il tempo di tanti bengalesi era un monotono meccanismo tessile che vigeva per più di dodici ore al giorno; picchiati se pensavano di reclamare la loro paga e umiliati col ricatto di perdere il loro passaporto, se non avessero ripreso il delirante sforzo di lavorare ancora. Così, ho visto rondini nella mia terra. Un pomeriggio di febbraio ho alzato il collo e ho visto rondini, che vivono la vita in cielo e spiegano le ali al vento; viaggiano veloci più delle auto e poi, come a incidere un gran picco nell’aria, s’innescano a un paesaggio terra azzurra. Ho visto rondini smuover l’aria al chiar di luna, nidi che cominciano a migrare, tutti insieme, come storie indivisibili. Ho visto rondini cibarsi degli insetti, quel che trovano, diventar come avvoltoi per ogni preda.  E rondini maestose, che al battito delle ali sono libere.
Poi come rondini, frutti della gioia della natura, uomini alzano il collo al cielo.
Come rondini, uniti nel migrare con la speranza della vita, con occhi che conoscono altri cieli. E così come le rondini che chissà che viaggi e quanti cieli avranno sorvolato, migranti si trovano qui, tra i veleni della nostra terra. E mentre gli uccelli s’adattano, liberi dai nostri gesti, inconsci dei nostri odi, felici di immensi azzurri, tra i canti di belle feste, tra i giorni grigi di mille pensieri, con sorrisi che noi non scorgiamo… i migranti diventano schiavi: vivono i loro picchi cadendo sempre più in basso, e lottano sempre soli e mangiano anch’essi insetti. Si adeguano ai nostri giorni, ai nostri luoghi, come profughi e non più uomini. Costretti a vivere, a S. Antimo, tra la miseria e il bisogno di sopravvivenza. Con un anno di paghe arretrate, le botte sul corpo ma il coraggio di respirare: vivere il picco degli uccelli, che dal basso li porti più in alto. E poi come rondini, migranti alzano il collo al cielo: senza paura e senza denaro, con niente da perdere e onore da ricavare, con il rammarico solitario di una vita fatta di cieli di nuvole e raggi di sole.
Intanto noi,  patrioti di questo posto, alziamo la testa al cielo per non guardare le buche rotte, infangate, un disastro.
10527286_10204387618401427_3338536324128183484_nMentre la resistenza di tanti africani è stata il credere di poter avere di meglio. E per amore del mondo, hanno lottato in un posto che puzza di marcio guardandolo con luce brillante negli occhi, quasi fosse oro. Ed hanno vinto, con la conquista di un soggiorno con protezione sociale, grazie all’aiuto legale dell’Associazione “3 Febbraio” e di altri enti socio-territoriali.
Una piccola vittoria della cittadinanza esterna alla nazione, mentre nel resto della regione gli ivoriani vengono gambizzati, proprio in quei territori dove si abbatterono le stragi di Pescopagano e Castelvolturno anni fa. Proprio vicino ai territori in cui nella fine degli anni novanta, a Casal di Principe ci fu l’esodo della costrizione camorristica taciuta dalla memoria, nello stesso suolo italiano: quello in cui la Lega Nord parla di “invasione” e lo stesso, paradossalmente, in cui Yvan Sagnet fu il solo uomo capace di apporre modifiche alla legge contro lo sfruttamente del caporolato.
Mentre noi italiani, invece, migriamo via dai veleni, per scappare alla nostra lotta e cercare i diritti altrove.
Ma non i profughi: che come rondini, conoscono il mondo vivo, e se ne preoccupano, e se ne occupano, consci del fatto che il mondo è di tutti, e la vita è per tutti.