– DI CARMELA DAVIDE
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“What I Be Project” è un’importante iniziativa di Steve Rosenfield che sta avvolgendo l’intera umanità. Si tratta di uno “specchio”, a livello societario, che aiuta a comprendere sé stessi e le proprie paure. Un progetto estremamente coraggioso che chiede a diverse persone di scrivere sulla propria pelle, con un pennarello, gli incubi di tutti i giorni. Apparentemente potrebbe sembrare un atto a dir poco infantile e inutile; invece dopo questo esperimento si sono attivate delle risposte inaspettate. Sono foto d’impatto, suggestive, che non possono lasciare indifferenti. È interessante osservare, e capire, quanto una semplice parola stampata sulla pelle possa dar vita a attimi di debolezza. I partecipanti raccontano la loro storia, ponendo l’accento su qualcosa che ha avuto un ruolo fondamentale nella propria vita: c’è chi ha paura di essere giudicato per il peso o per l’aspetto fisico non perfetto, chi per l’orientamento sessuale o per il culto che pratica, ancora c’è chi rivela di aver subito aggressioni e abusi sessuali. È un continuo mostrarsi lasciando da parte le apparenze. L’autore ha spiegato con queste parole il senso ultimo del suo lavoro: “Ogni persona che prende parte al progetto è estremamente coraggiosa. I soggetti stanno mettendo le loro insicurezze all’aperto, ed esponendo un lato di sé che nessuno ha mai visto prima. Il coraggio ogni spettatore è guardare ogni immagine e mettersi nei panni di altri individui. Ciò consente di comprendere qualcosa che precedentemente non era per niente chiaro”.

Il progetto ha preso nome dalla canzone di Michael “What I Be Project”, dove non si fa altro che dare importanza al proprio essere. Sembra, infatti, che oggi non sia così difficile approcciarsi con gli altri o apparire: quello che sembra realmente difficile è proprio “essere”. Una continua “società della vetrinizzazione” che porta l’uomo a mostrarsi come merce accattivante priva d’essenza e pronta per l’uso. Una continua mercificazione. Un continuo immedesimarsi e riprodurre. Ci viene detto di agire in un certo modo, di vestirci in un certo modo e di acquisire standard che poi, nella maggior parte dei casi, chi li produce si trova a “voler” criticare. Spesso siamo giudicati, derisi, e talvolta anche uccisi. Lavorare con un progetto come quello di Rosenfield potrebbe rivelarsi una giusta speranza per aiutare tutti ad accettare la diversità, trasformandosi da un esperimento sociale a un movimento d responsabilizzazione globale.

 

Ecco di seguito qualche foto: