Quando un anno fa sono entrata al Louvre di Parigi nella sala della Gioconda ero forse l’unica visitatrice a dare le spalle al quadro più famoso del mondo, perché troppo curiosa di ammirare il maestoso dipinto del Veronese, le “Nozze di Cana”: sapevo di trovarlo lì, da buona storica dell’arte principiante, e per quanto apprezzassi Leonardo non riuscivo ad accettare che un quadro presente nella stessa stanza ma decisamente più bello venisse oscurato (possibile mai “oscurare” un quadro di 666×990 cm?) da quella che possiamo definire una star del mondo dell’arte.

 

La questione gira proprio, per noi addetti, intorno alle opere che risplendono della luce infusa dal tamtam mediatico e non propagata dalla loro personale bellezza. Non si discute, lungi da me, sulla straordinaria importanza e bellezza dei Bronzi di Riace, tantomeno su quelle di un’opera del Caravaggio o del Botticelli, anzi, è proprio per preservare l’integrità e la dignità di tali manufatti che mi domando, e come me molte persone, se sia giusto portarle via dai loro luoghi originari, anche se temporaneamente.

 

Non è un capriccio, sappiamo bene che i prestiti hanno una scadenza, molto spesso anche breve; è soltanto che manovre del genere destrutturano tutto quello che i nostri studi ci insegnano, e che spesso noi vorremmo comunicare al resto dei “non addetti ai lavori”. La circolazione di un’opera d’arte, la sua partecipazione ad una mostra, il suo peregrinare da un paese all’altro dovrebbero avere finalità scientifiche, pedagogiche, formative, e non mi riferisco soltanto a chi studia tali oggetti, ma anche a coloro che si recano ad una mostra e devono, con un imperativo categorico, terminare la visita con la consapevolezza di aver imparato qualcosa, non solo di aver ammirato qualcosa di “bello”.
L’Expo2015 è ad ogni modo servito da trampolino per alcuni dibatti rilevanti e le opinioni che circolano su quotidiani e social network sono davvero interessanti.
Ad esempio, perché in Italia non esistono normative precise sulle cosiddette opere d’arte “inamovibili”? Lo diremmo delle “Sette Opere di Misericordia” di Caravaggio, eppure, come ha già detto il suo proprietario, il Conte Leonetti, soltanto nel XX secolo il quadro ha viaggiato quattro volte.
O, ancora, perché la commissione dell’Expo al cui vertice è stato posto Vittorio Sgarbi non lavora affinché si trovi una linea guida per una mostra che sia veramente affine al tema dell’agricoltura e della fame del mondo, topic di questa esposizione? Un quesito già posto dal professor Montanari, al quale non mi sembra siano state date risposte degne.
Una terza domanda mi tormenta in questi giorni: perché non dare spazio, in una mostra mondiale che si proietta al futuro, all’arte avanguardista e non ancora nota? Nella Milano dell’Accademia, dei Graffitari, della stravaganza perché non creare una vetrina per giovani talentuosi che vogliono vendere la propria arte? Perché guardiamo sempre al passato?
Sarebbe bello portare le bellezze artistiche di ogni regione italiana all’Expo, ma sarebbe ancora più significativo portare almeno la metà dei visitatori dell’evento nelle suddette regioni. Perché ammirare i Bronzi a Milano per poi tornare e non avere la stessa degna accoglienza a Reggio Calabria?
Forse la soluzione è quella proposta qualche mese fa dal professor Sergio Givone, docente di Estetica dell’Università di Firenze e assessore alla cultura: accanto alla copia del David di Michelangelo che verrà presentata nei padiglioni milanesi esporre una targa con su scritto “Venite a vedere l’originale”. Una provocazione, certamente ironica, ma che serve a spronare e incentivare il turismo culturale, nonostante Firenze non ne abbia poi chissà quanto bisogno.
La conclusione, all’indomani delle riforme in campo culturale promosse dal Ministro Franceschini mi sembra sotto gli occhi di tutti: andiamo nei musei, guardiamo le opere d’arte nei loro contesti, non osserviamo mera bellezza.

Antonella Pisano