La situazione in Libia, dopo la caduta del regime di Muammar Gheddafi, continua ad essere tesa.

Ricapitolando gli eventi, a dicembre il consiglio nazionale a maggioranza islamista aveva proclamato la Sharia e si era prolungato il mandato. A febbraio è un ex generale, Khalifa Haftar, a farsi portavoce delle proteste dei laici, chiedendo lo scioglimento del consiglio nazionale e nuove elezioni: come scontato, il consiglio nazionale ha rifiutato. Le tensioni sono cresciute fino a metà maggio, quando Haftar ha iniziato a bombardare le posizioni islamiste a Benghazi. Il 25 luglio si sono tenute elezioni che hanno visto affermarsi i laici, elezioni non riconosciute però dagli islamisti: da quel momento la Libia ha due parlamenti, uno formalmente illegittimo e composto da membri del vecchio governo che si riunisce nella capitale Tripoli, l’altro eletto democraticamente e ritirato nella città di Tobruk, località della Cirenaica vicina al confine con l’Egitto e nota ai più per i combattimenti ivi svoltisi tra Asse e britannici durante la Seconda Guerra Mondiale. A luglio è poi seguita la formazione di una coalizione islamista denominata Alba libica, che sul finire del mese ha conquistato l’aeroporto di Tripoli.

All’interno di questa situazione, che vede Haftar alleato con l’esercito, si è aggiunto anche un altro gruppo islamista, Ansar al-Sharia, che sta combattendo a Benghazi da maggio e che negli ultimi giorni sta guadagnando terreno sui militari. È interessante notare come Benghazi sia la sede delle maggiori compagnie petrolifere libiche, e che dunque il suo status di città contesa provochi, almeno per quanto riguarda il quadro economico europeo, problemi circa l’approvvigionamento energetico ed il prezzo delle materie prime: giova infatti ricordare che dalla Libia arrivano il 20% del petrolio e il 10% del gas utilizzati in Italia, ed è pertanto utile che impianti di estrazione, di raffinazione e condutture siano in stato di sicurezza, a maggior ragione data la crisi ucraina.

Moricca Simone