0318 21 Agosto 1968. Rientrato a Praga dopo aver terminato gli scatti del suo fotoreportage “Gitans”, Koudelka viene bruscamente svegliato da un insistente squillo di telefono, alle 4 del mattino. Alzato il ricevitore, quella che sente è una voce che gli urla: “Sono arrivati i russi! Apri la finestra e ascolta!”. Rumore di aerei militari. La repressione ha inizio. Koudelka si precipita per le strade di Praga, portando con sé tutti i rullini che era riuscito a trovare nel suo appartamento. E comincia a scattare senza sosta. Nato in un piccolo paese della Moravia nel 1938, si laurea a Praga nel 1961 in ingegneria aeronautica. A partire dallo stesso anno comincia a lavorare per la rivista di teatro Diavadlo, occupandosi di fotografia di scena. Si interesserà poi alla questione dell’emarginazione, dedicandosi a reportage sulle condizioni degli zingari e dei gitani.

Prima dell’agosto del 1968 mi ero occupato solo di zingari e teatro, dopo avrei fotografato solo paesaggi e persone. Non mi sono mai interessate le news, non avevo mai visto Life o Paris Match. Quella mattina quando sono stato svegliato mi sono trovato davanti a qualcosa più grande di me. Era una situazione straordinaria, in cui non c’era tempo di ragionare, ma quella era la mia vita, la mia storia, il mio Paese, il mio problema”. Josef Koudelka

Le foto raccontano la confusione iniziale, l’inizio della sommossa, la rabbia e la determinazione della popolazione, la violenza e il sangue in cui questa sprofondava. Molte sono sfocate e mosse, ma poco importa. Quei piccoli gioielli in celluloide, rappresentano un documento storico di fondamentale importanza. Testimonianze dell’orrore della guerra, del sangue versato in nome della libertà di un popolo. Come lo stesso Koudelka afferma: “Non ti puoi fidare della memoria, ma delle foto sì, ti puoi fidare.”.

danzare_220

E fu proprio questo il motivo per cui, dopo aver sviluppato i rullini a distanza di un mese, e consegnati all’agenzia Magnum , grazie all’insistenza di una cara amica,  le foto vennero pubblicate e firmate con le iniziali P.P, Fotografo Praghese, nell’Agosto del 1969, a Londra. L’anonimato e l’esilio, furono le uniche soluzioni possibili per aver salva la vita. Il 20 Maggio del 1970, Koudelka lascia la Cecoslovacchia, temendo che l’identità del “fotografo praghese” possa esser scoperta e solo nel 1984,  a penna, dietro le sue foto, verrà segnato il suo nome.

 “Le mie immagini sono la testimonianza di quello che è accaduto, sconfessavano le falsificazioni, mostravano i morti, smentivano il racconto di quanto fossero contenti i cechi nel vedere i russi”. E sono proprio queste le immagini che hanno contribuito a fare di lui uno dei più importanti fotografi del mondo, nonostante tutto. E sono proprio queste le immagini che tutti i giorni ci auguriamo di non rivedere, e puntualmente ci ritroviamo sulle prime pagine dei giornali. Quante immagini come queste, e ancor più atroci, ci toccherà guardare e riguardare, prima che i vertici del potere si rendano conto di quanto dolore provochi la guerra?

prague-joseph-koudelka     koudelka_2

Gabriella Valente