In questi giorni i rapporti tra il governo ucraino, i separatisti filorussi e i rispettivi sostenitori sono divenuti più tesi. L’operazione antiterrorismo lanciata dal presidente ucraino Poroshenko dopo la vittoria nelle scorse elezioni del 25 maggio continua senza sosta. Il governo dell’ex repubblica sovietica continua ad accusare i russi di fornire armi, munizioni e supporto logistico ai ribelli e alle truppe delle autoproclamate repubbliche,  la Russia ha respinto le accuse e ha annunciato di aver rafforzato la presenza militare lungo i confini ucraini per tutelare i propri interessi.
L’Unione Europea ha preparato una nuova serie di sanzioni da imporre alla Russia, la NATO ha annunciato l’inizio di un’esercitazione militare chiamata “Steadfast Javelin II” che avrà luogo tra la Germania, la Polonia e i paesi baltici.
Il primo ministro Arseniy Yatsenyuk ha reso noto un progetto ancora in fase embrionale che prevede la costruzione di un muro lungo 1920 Km al confine tra Ucraina e Russia.

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Secondo le stime dell’ONU la guerra tra governo e ribelli ha fino ad ora causato almeno 2.200 vittime. Ma perchè gli slavi dell’Ucraina oggi combattono tra loro? Una risposta, che non pretende di essere l’unica, può esserci fornita dal modello delle civiltà di Huntington.

In alcune pagine del libro “Lo scontro delle civiltà“, pubblicato nel 1996, il politologo americano Samuel Huntington formulò diverse ipotesi sul futuro politico dell’Ucraina. Una delle ipotesi ritenute più realistiche sosteneva che il paese probabilmente avrebbe dovuto affrontare una guerra civile nel prossimo futuro.
L’autore identificò la ragione principale nelle differenze culturali che da secoli dividono la popolazione di quei territori.
A quasi venti anni di distanza quella ipotesi si è dimostrata corretta.
Criticando alcuni analisti per la loro scarsa considerazione degli aspetti culturali nelle relazioni tra stati, Huntington scrisse:

Un approccio basato sulle civiltà […] tende a rimarcare la profonda cesura culturale che divide l’Ucraina orientale ortodossa e l’Ucraina occidentale uniate […] Il modello fondato sulle civiltà sottolinea la possibilità che l’Ucraina si spacchi in due, una divisione che la presenza di fattori culturali farebbe immaginare più violenta di quella cecoslovacca“.

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Nel libro, Huntington pone nella parte centrale dell’Ucraina la linea di faglia che separa la civiltà occidentale da quella ortodossa. La parte occidentale dell’Ucraina è stata in passato sotto il dominio polacco, lituano e astroungarico. Alla fine del sedicesimo secolo i polacchi intrapresero in quei territori un processo di cattolicizzazione alla quale la Chiesa Ortodossa rispose stabilendo a Kiev l’accademia Mogiliana (scuola ortodossa di filosofia, teologia e altre arti) per espandere la propria influenza.
Oggi la maggior parte della popolazione dell’Ucraina occidentale aderisce alla Chiesa Uniate che, pur essendo ortodossa, riconosce l’autorità del Papa e parla principalmente ucraino; i cittadini della parte orientale invece si affidano all’istituzione religiosa ortodossa, sono in buona parte russofoni e geograficamente e storicamente più vicini alla Russia che all’Europa.

La divisione del paese è riscontrabile anche nei risultati del referendum di indipendenza del 1991, ma soprattutto in quelli elettorali degli ultimi anni.
Disgregatasi l’Unione Sovietica, i cittadini ucraini dovettero esprimersi riguardo l’indipendenza della loro repubblica. In Crimea solo il 54% degli abitanti si dimostrò a favore, mentre nelle regioni più occidentali le percentuali raggiunsero il 98%.
Nelle elezioni parlamentari del 1994 il candidato nazionalista Leonid Kravciuk, originario di un piccolo villaggio dell’Ucraina dell’ovest, trionfò nelle regioni occidentali ottenendo anche il 94% delle preferenze, ma subì pesanti sconfitte nelle tredici regioni più orientali, dove era uscito vincitore il candidato Leonid Kuchma la cui lingua madre era il russo. Nelle ultime elezioni del 2012 il “Partito delle Regioni” del filorusso Yanukovych ha vinto nelle regioni orientali e perso in quelle occidentali, dove hanno trionfato il partito della liberale europeista Tymoshenko e il partito nazionalista pro NATO Svoboda che ha raggiunto il 38% in Galizia orientale.

Se alla stura della serie di manifestazioni di Euromaidan nelle strade di Kiev sventolavano le bandiere dell’Unione Europea e i manifestanti chiedevano le dimissioni del presidente, nell’altra parte del paese i filo-russi storcevano il naso e si organizzavano per dar voce ad un’altra parte dell’Ucraina.

Bruno Formicola