5 Settembre. – In Italia si apre il sipario dedicato alla questione delle droghe con nuove iniziative che contrastano gli ex oppressori di vari punti di vista riguardanti la “liberalizzazione” degli stupefacenti. Beatrice Lorenzin, ministro della salute, si presenta fiera di mostrare la sua apertura verso un tema tanto ostico quanto poco discusso dai mass media, ma che coinvolge al dibattito un gran numero di giovani ed adulti.

La decisione presa dal ministro non è però una cospirazione liberalista voluta a favore delle droghe leggere: la marijuana verrà utilizzata per soli scopi terapeutici senza più essere un problema formalmente etico, in quanto oramai se ne vantano proficui vantaggi curativi. A spalleggiare questa iniziativa sarà il capoluogo della regione Toscana, che era già stata scenario di apertura verso la questione farmaceutica, e che adesso ospiterà vere e proprie coltivazioni di canapa in uno stabilimento chimico coordinato dall’esercito militare.

La decisione di coltivare marijuana in Italia è stata decisa in relazione ai costi elevati di importazione dei farmaci; mentre la conferma definitiva come modifica di legge nazionale si avrà verso la fine di Settembre, e l’esercizio di vendita potrebbe svolgersi già dall’anno 2015.

La marijuana terapeutica sarà utilizzata come sostanza lenitiva per vari disturbi o patologie: aiuterebbe a trattare dai problemi asmatici ai dolori mestruali; dalle terapie contro il cancro a quelle per i disturbi neurodegenerativi, fino a provocare appetito in soggetti anoressici o malati di HIV. Verrà finalmente aperto uno spiraglio di novità nell’ambito della ricerca, come da tempo si augurava l’associazione Luca Coscioni.

Ovviamente, la presa in atto delle funzioni terapeutiche della cannabis non diverrà fonte di nuove iniziative contro il proibizionismo, come afferma lo stesso ministro Lorenzin: “la mia impressione è che in questo paese non si riesca a parlare in termini laici e asettici, senza ricominciare a parlare di liberalizzazione”.

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Mentre l’associazione Coscioni, da tempo favorevole alle teorie anti-proibizioniste, provano a sollevare un dibattito culturale attraverso petizioni e convegni per molteplici questioni etiche e parlamentari: “ben 33 paesi prevedono addirittura la pena di morte per reati connessi alle droghe. Solo in Iran nel 2013 sono state 328 le persone giustiziate per questo, mentre nel mondo “democratico” un detenuto su quattro è in carcere per reati legati alle sostanze stupefacenti. Reati che non fanno vittime”.

La stessa associazione ha più spesso ribadito che la legalizzazione degli stupefacenti non aumenterebbe, statisticamente, il numero di consumatori di droghe, bensì diminuirebbe le entrate economiche illecite del narcotraffico italiano.

Alessandra Mincone