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Siamo negli Stati Uniti, nel Maryland, e precisamente nella città di Baltimora. Sarebbe meglio trovarsi un quartiere da bazzicare, perché se si sceglie di girarla tutta si potrebbero fare brutti incontri. Svoltare l’angolo e improvvisamente trovarsi di fronte una delle realtà più crude di tutto il Paese, passare dai lussi della Johns Hopkins University ai quartieri popolari del Westside, in cui impazza la criminalità legata al traffico di droga. In accordo alle statistiche, al giorno d’oggi Baltimora è considerata come la dodicesima città più pericolosa degli Stati Uniti, seconda soltanto a Detroit fra i centri con più di 500.000 abitanti. E sono le degradanti verità degli omicidi, dei giochi di potere, delle classi amministrative corrotte e dello scarso supporto delle forze dell’ ordine ad intrecciare la trama di The Wire.

La serie, prodotta da HBO e andata in onda in America dal 2002 al 2008, viene spesso definita dalla critica statunitense come la migliore di tutti i tempi, anche se finora ha goduto di scarsa considerazione da parte del palinsesto italiano. Nel nostro paese, i sessanta episodi sono stati mandati in onda in chiaro – Rai 4 – soltanto a partire dal 2012, dopo aver figurato sui canali Fox, FX e Cult.

UNA STORIA DI DROGAthe-wire-pic-4.1242586842I quartieri popolari di Baltimora Ovest sono popolati da afroamericani, una grossa comunità di disoccupati, tossici e ladri; si vive di stenti, e fin da ragazzi ci si arruola come soldati nel mercato della droga gestito da Avon Barksdale. Il commercio fiorisce e frutta un enorme fatturato. Barksdale non ha la   sfacciataggine del tipico boss, anzi. Furbo, ha saputo mettere su un’organizzazione ben salda, in cui ognuno svolge un preciso compito, e tenersi il più possibile all’oscuro dai radar della polizia, solo finché un giorno il testardo detective della omicidi James McNulty riesce, grazie alle pressioni di un giudice amico, ad aprire un caso e a mettere su una piccola task force di detective con il proposito di inchiodare il boss della droga di Baltimora.Barskdale è un fantasma, di lui si sa tutto e allo stesso tempo niente. Negli ultimi anni ha saputo mimetizzarsi senza mai uscire allo scoperto: non guida, non ha una proprietà registrata a suo nome e la sua ultima foto in circolazione risale ai tempi in cui era ragazzo.

La squadra viene affidata al tenente Cedric Daniels, che porterà avanti le indagini nonostante le pressioni degli alti funzionari del dipartimento. Ai piani alti, infatti, nessuno vorrebbe sprecare uomini e risorse per la risoluzione di un caso così spinoso e, si scoprirà, tanto vicino alle forze politiche del paese.  La parola “wire” vuol dire “cimice, microfono spia” ed è proprio grazie ad un complesso studio di decodificazione di intercettazioni telefoniche che Daniels e i suoi riusciranno ad inchiodare Barskdale.

large_wire-oldcasesREALTA’ EFFETTIVA – Lontana dai canoni scenici di un poliziesco standard, The Wire fa dell’azione una facciata da anteporre al vero volto della serie, ovvero la rappresentazione forte, cruda e marcia di un lato dell’America e di chi ci vive da anni. Ogni puntata ha una trama orizzontale, andatura molto lenta e adotta un punto di vista piuttosto distaccato dalla realtà, raccontandola quasi con sdegno e rassegnazione, sia che focalizzi il mondo criminale che quello della giustizia fantoccia di Baltimora. Nel corso delle tredici puntate della prima stagione, lo spettatore verrà portato a braccetto dall’interno di un quartiere di case popolari, in cui potrà imparare a destreggiarsi tra passaggi di mano, telefonate in codice e denaro a valanghe, fino all’interno di una comunissima centrale di polizia americana, dove la noia, la bottiglia d’alcol e la bella vita tengono i detective distratti dal loro lavoro. Non mancano comunque discrete dosi di ironia, affidate ad una serie di dialoghi brillanti, quasi tarantiniani, capaci di stemperare un’atmosfera generale fondamentalmente drammatica.

Una serie d’elite, da gustarsi in lingua originale e comodi, senza alcuna fretta di bruciare le tappe. Dalle prime puntate potrebbe risultare noiosa, scarna, povera di azione; poi la scena fa la sua parte rubando l’attenzione di chi guarda e facendolo scendere inevitabilmente nel marciume della società raffigurata. Un peso da cui sarà difficile liberarsi.

Nicola Puca

 

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Studio Ingegneria Aerospaziale alla Seconda Università degli Studi di Napoli. Sostengo la politica giovanile e comunale insieme agli amici di Agorà-Lavoro, Partecipazione e Libertà; scrivo per passione, per la necessità di leggermi e di imparare dai miei errori. Sono un alfista senza un’Alfa, un seriofilo senza DVD, un Jedi senza una spada laser.