Straziante, conturbante, doloroso.

Hope“, il film sudcoreano vincitore del primo premio nella sezione generator +18 al Giffoni Film Festival 2014, tratta la storia vera di una bambina di 9 anni caduta vittima di un pedofilo a pochi metri dalla sua scuola. All’episodio di violenza cui il regista lascia velatamente intendere, segue un lento e faticoso decorso dove non vengono risparmiati i dettagli più atroci sul suo corpo, da spiare con occhi socchiusi dalle lacrime.

In sala alla prima a Giffoni si poteva percepire il clima di avvilimento generale reso da una vicenda tanto sconvolgente e narrata con maestria indiscussa.

Crudo ed elegante al contempo; le emozioni dei personaggi emergono e superano lo schermo sino a penetrare nello spettatore suscitando compassione e rabbia impotente.

Hope (So-won), questo il nome della piccola fisicamente sfigurata con danni permanenti e psicologicamente traumatizzata, affronta la degenza in ospedale supportata da due genitori devastati, che hanno da cercare nel fondo di se stessi la forza di riconoscerla e il coraggio di starle accanto. Assaliti dal senso di colpa derivante dall’incapacità di averla protetta quel giorno fatale, tentano di difenderla dall’assalto dei giornalisti-avvoltoi pronti a scarnificare la famiglia in nome dello scoop.

E intanto Hope, sempre più confusa e affranta, precipita nel buio della solitudine e della diffidenza verso tutti, verso gli uomini. Verso il padre. L’uomo cerca di riguadagnare la fiducia e la stima della figlia nascondendosi dietro il costume del suo cartone animato preferito, seguendola una volta fuori dall’ospedale e dedicandosi completamente a lei quasi fosse il suo amico immaginario segreto. Hope riconoscerà il padre alla fine del film, in una commovente scena di tenerezza e speranza.

Speranza di vivere che viene accresciuta dalla nascita di una nuova vita, il fratellino So-mang (sinonimo della primogenita “Hope”, come spesso accade in Corea); speranza negata da un senso di giustizia smarrito in tribunale. L’aggressore, nonostante fosse perfettamente lucido, viene condannato a soli 12 anni di carcere con alleggerimento della pena a causa di un fantomatico stato di ebbrezza. Troppo poco per Hope, che con maturità esuberante alla domanda della psicologa secondo te cosa intendeva tua nonna quando diceva ‘sto morendo’?” pone retoricamente “perché sono nata?”. Troppo poco per i suoi cari, per una madre che alla stessa psicologa confessa “vorrei che tutti i bambini vivessero ciò che ha vissuto mia figlia”, probabilmente così non si sentirebbe sola a portare il marchio di un atto tanto macabro e perverso.

Attraverso un potente linguaggio visivo carico di orrore, la violenza di “Hope” è sottile, subdola, sordida, psicologica; diversa da quella più scenografica ed esplosiva che siamo abituati a scorgere nei film asiatici. Il regista (Lee Joon-ik) trascina il pubblico in una spirale di angoscia e afflizione, portando in scena una raffinata rappresentazione della realtà. Il coinvolgimento è assoluto, al punto di soffrire per la cruenza della verità avvertita oltre il trucco, al punto di sentire quasi il peso di una responsabilità sconosciuta.

Il messaggio di speranza è racchiuso alla fine del film, vivido e delicato, incorniciato in un tenero quadretto familiare che vede i protagonisti immersi nella quotidianità, lontani dalla vergogna e in un’atmosfera di pace agognata. In una normalità ritrovata.

Federica Margarella