Si è appena conclusa la prima personale italiana dell’artista Nick van Woert, andata in scena al MAMbo – Museo d’arte moderna di Bologna dal 29 maggio al 7 settembre 2014.

Nature Calls è il titolo che l’artista americano ha dato alla mostra, la quale, curata da Gianfranco Maraniello, rappresenta il suo battesimo in Italia e ripercorre alcuni temi caldi della sua particolare produzione.

La Sala delle Ciminiere ha ospitato le 33 opere dell’artista, da sculture a installazioni (alcune delle quali site-specific), le quali hanno composto un percorso espositivo che comunica con lo spettatore tramite la riflessione sulla logica del materiali.

Parlare di contemporaneità, per van Woert, significa analizzare la dialettica natura-progresso industriale, costruendo labirinti, sculture e assemblaggi con i più svariati materiali di origine industriale. Si incrociano, così, pareti di plexiglass, colate di uretano, fibra di vetro, alluminio, vernici, polistirolo e svariati altri materiali, che condensano, nel proprio porsi agli occhi del pubblico, l’essenza dell’oggettualità di cui il nostro mondo si compone, perennemente in bilico tra antitesi e sintesi di quella natura atavica sulle cui evoluzioni van Woert riflette.

Course of Empire rappresenta una delle opere più intriganti e originali dell’intero percorso espositivo, ed altro non è che un mini-labirinto formato da pannelli di plexiglass al cui interno si trova materiale, tanto cumulativo quanto in singole unità, di fabbricazione industriale, chimica, o vagamente artigianale. La giustapposizione di materiali antitetici, apparentemente incompatibili, costituisce la possibilità, che l’artista si è concesso, di indagare sulle relazioni tra vari composti singolarmente innocui che, se combinati chimicamente, possono risultare pericolosi, come alcol, bicarbonato, cloro, gel per capelli, etc.

La base teorica dalla quale van Woert è partito per questa particolare analisi risiede in alcuni manuali di ecodifesa che illustrano come ottimizzare l’uso di materiali e sostanze comuni trasformandoli in vere e proprie armi da sabotaggio.

Riflettere sulla natura significa, infatti, riflettere anche sull’uso che l’uomo ne ha fatto durante i secoli, coltivando successi e fallimenti che sono serviti a maturare una chiara diffidenza verso un certo tipo di progresso tecnologico; proprio qui giace l’interesse nutrito dall’autore (e testimoniato dall’unica opera fotografica presente in mostra) per la figura di Theodore Kaczynski (Unabomber) che fece della lotta a certe derive del progresso il fulcro della sua attività criminale.

Il richiamo della natura è, inevitabilmente, anche il richiamo della storia, che l’artista recupera mettendo a contatto statue di origine greco-romana con filamenti e colate di materia informe (Reappear, Three Graces, Hercules and Diomedes) che aprono lo spiraglio verso una riflessione che contestualizza in un certo modo van Woert nel corso della storia dell’arte.

Ciò che risalta, in particolare, sono le percepibili eco provenienti da una certa produzione artistica del dopoguerra nelle opere dell’artista americano, che di americano sembra avere ben poco. L’analisi sul materiale grezzo costituisce un terreno che van Woert condivide con alcuni dei grandi protagonisti dell’Arte Informale europea come Alberto Burri, Jean Fautrier, Jean Dubuffet, mentre quella sull’oggettualità nuda e cruda riannoda i medesimi fili che conducono ai primi anni ’60 e alle ricerche novorealiste inaugurate in Francia da Jean Tinguely, Arman, Daniel Spoerri, etc.

Il binomio materia-natura, inoltre, svela rapporti di connivenza più espliciti con la più grande avanguardia italiana del dopoguerra: l’Arte Povera. Se consideriamo quanto alcuni artisti italiani, come Giuseppe Penone, abbiano incentrato la propria pratica artistica sulla processualità della natura, e quanti altri, come Mario Merz, l’abbiano filtrata attraverso materiale di fabbricazione industriale (in tal caso il neon), cogliamo ben distintamente questa assonanza; curiosamente una delle statue greco-romane presentate dall’artista rassomiglia vagamente, infatti, a quella utilizzata da Michelangelo Pistoletto per la sua Venere degli Stracci.

Si tratta di considerazioni che rivelano un’insolita tendenza dell’arte americana, ovverosia quella di guardare con fascinazione all’Europa, propensione considerata vero e proprio tabù fino a qualche decennio fa e che, oggi, nell’opera di alcuni giovani artisti statunitensi in toto come Nick van Woert (nato nel Nevada e formatosi tra la West Coast e New York), si presenta sotto forma di una sintesi onnicomprensiva dei rapporti tra natura e progresso, tra materialità e oggettualità, tra l’ambiente e le sue linee evolutive.

Cristiano Capuano