Quando si parla di scuola ed istruzione spesso e volentieri i giovani hanno usato parole poco gradevoli, l’hanno definita scocciante oppure le hanno addirittura attribuito l’appellativo di “perdita di tempo” come se fosse colei che vada a sottrarre tempo prezioso alle loro giornate.
A chi almeno una volta nella vita non è capitato di ritenere scocciante dover studiare per quell’interrogazione di storia, di matematica, di chimica o di latino? Beh, ma cosa ci spinge a stancarci?

Alessandro D’Avenia, scrittore, ma in primis insegnante è uno di coloro che ha affrontato la situazione odierna.
Definita la generazione della stanchezza, e oserei dire dell’inettitudine, i ragazzi oggi sono coloro che non riescono più a studiare per il semplice piacere di farlo ma perché ci si attende con ansia una ricompensa, come se quel che sia da studiare fosse fatto semplicemente perché esso porterà a ricchezza, guadagno, ricompense e beni materiali.
Ma cos’è accaduto allora a quel panorama di ragazzi che non vedevano l’ora di apprendere nuove nozioni, quelli che magari erano lì a spendere un intero pomeriggio per risolvere un problema di matematica o tradurre una versione di latino?
Ora, non si ha più tempo per dedicarsi a “queste cose noiose”, adesso si pensa che tutto è dovuto senza, però, fare nulla di nostra volontà per ottenerlo!
Alessandro D’Avenia con quest’ultimo articolo pubblicato il 3 Settembre, per così augurare un inizio dell’anno scolastico a tutti gli studenti, invitandoli a non essere mai stanchi, a superare quelle barriere della stanchezza perché altro non sono che catene, quelle che ci tengono aggrovigliati ad una vita piatta e priva di ricchezze reali e non materiali.

“La società della stanchezza. Così un filosofo ha definito il nostro tempo. Una cultura costruita attorno alla prestazione inevitabilmente porta all’esaurimento del desiderio, della gioia di vivere, del tempo buono e paziente da dedicare alle relazioni, che invece si riducono a controllo, manipolazione, soggezione. La conseguenza è il logorio del corpo e dello spirito. Questo comincia con i bambini del nostro tempo, che un libro definisce “competenti”: quando stanno ancora imparando a camminare è pronto uno zaino di prestazioni che li schiaccerà, dal momento che la loro esperienza e vita emotiva non è capace di sostenerne il peso e usarne il contenuto di per sé valido. Bisognerebbe invece giocare con loro, guardarli giocare, lasciarli crescere al ritmo della vita.”

Ed è così che si avrebbe una vera e propria rivoluzione, non sottraendo ore di lezione, non mettendo meno compiti e più spiegazioni interattive o magari semplificate per invogliare i giovani studenti, piuttosto si dovrebbe investire sulla voglia e la gioia di fare esperienza perché lo studio è anche questo: una continua scoperta di ciò che non ci è noto ed ignoriamo.
La stanchezza non può segnare la vita degli studenti e ciò che dovrebbero capire le istituzioni è che se ci fosse più complicità, se ci fossero degli insegnanti-amici al posto di insegnanti-dittatori, sarebbe tutto più semplice tanto da costruire una grande famiglia in ogni classe così da essere uniti per raggiungere una gioia comune, non una prestazione.

La scuola sempre è stata e sempre sarà fonte di educazione ed insegnamento ma non può prescindere dalla vita quotidiana di uno studente dato che lo accompagnerà dai 3 ai 18 anni, sarà la seconda casa di tutti, persone più fortunate e non, ed allora diciamolo essa è fonte primaria di gioia, divertimento, conoscenza e condivisione di ogni specie e l’augurio è che questo anno sia leggermente migliore per tutti gli studenti in vista di una sempre più dilagante crisi di valori che attanaglia la nostra società!

http://www.profduepuntozero.it/2014/09/03/cari-studenti-non-rassegnatevi-stanchezza/

 Claudia Polo