Doré

«Dio ti salvi, vecchio Marinaio,
dai demoni che così ti torturano! –
Perché guardi così?» – Con la mia balestra
Io trafissi l’ALBATRO.

(«La ballata del vecchio Marinaio»)

La poesia di Samuel Taylor Coleridge (Ottery St Mary, 1772 – Highgate, 1834) si muove in un mondo trasfigurato dall’intuizione, dalla fortissima tensione immaginativa, che recupera, in un mondo di razionalità sterile e incapace di cogliere l’essenza del mondo, l’integrità perduta tra l’uomo e l’universo. Di qui la preminenza del femminile, del notturno, delle ambientazioni medievaleggianti, la connotazione lunare e introspettiva nella sua opera, che ricerca un sistema sovraordinato là dove la via solare e logico–discorsiva non coglie che i nessi causali, apparenti e, in ultimo, incidentali dell’esistente. Gli oggetti, alla luce spietata della scienza “fissi e inanimati”, riverberano di vita ad una consapevolezza superiore, alla contemplazione mistica, allo sguardo innocente dell’umile, del maledetto o del vagabondo: eletti per vocazione, scelta o colpa ad oltrepassare la cortina dell’apparenza per camminare lungo i sentieri illuminati dalla luce tremula della Luna e delle stelle, in cui i confini tra l’Io e l’Universo si assottigliano lasciando che i due mondi entrino in contatto.
È non tanto l’irrompere quanto il rivelarsi del sovrannaturale sotteso alla realtà quotidiana per quanto ignorato e ormai scisso, dopo l’età illuministica, dall’esperienza comune. Ed è appunto dalla sofferenza dovuta a questa lacerazione che l’essere umano è chiamato a guarire, in un processo di rivelazione e rinascita, perfezionamento e riscoperta.

Nelle «Lyrical Ballads», raccolta poetica scritta insieme all’amico William Wordsworth che diverrà il manifesto del Romanticismo inglese, i testi di Coleridge sono investiti appunto di questa funzione, la rappresentazione tangibile e concreta del sovrannaturale, che non corrompe il mondo ordinario per sovvertirne le leggi ma che si presenta come l’altra faccia della medaglia, essenziale alla sussistenza del creato e rivelantesi ogni qualvolta si sposti la visuale recuperando le facoltà d’intuizione ed immaginazione, “forza vivente ed agente a fondamento di ogni percezione umana (…) ripetizione nella mente finita dell’atto eterno della Creazione”: una forma attiva, anzi la più elevata, di conoscenza — e non già vana fantasticheria[1].
A Wordsworth è invece affidato il compito di ritrovare e mostrare l’incanto del quotidiano, della vita apparentemente immobile e vuota.
Nonostante le notevoli differenze artistiche (e di temperamento) dei due coautori, le «Ballate liriche» hanno un discreto successo già alla prima edizione del 1797, vendendo senza difficoltà le cinquecento copie stampate l’anno seguente e, soprattutto, trovando vasta eco nelle testate giornalistiche che ne riportano ampi stralci. Se Wordsworth vede riconfermata la propria popolarità, Coleridge passa invece in secondo piano. Nonostante il suo capolavoro, «La ballata del vecchio Marinaio», apra la raccolta (che si conclude in perfetto equilibrio con «Tintern Abbey» di Wordsworth), i suoi contributi suscitano una certa diffidenza per un gusto comune ancorato a forme e, soprattutto, temi più diffusi e, per alcuni versi, meno inquietanti, che non mettono in discussione la natura stessa del mondo. Cosa che, invece, Coleridge non nasconde di voler fare.

Nato nel Devonshire, studente a Cambridge senza tuttavia laurearsi, cognato del poeta Robert Southey, incontra nel 1795 Wordsworth col quale inizia un sodalizio artistico e umano che, pur tra difficoltà e incomprensioni, segnerà indelebilmente la vita e l’opera di entrambi. I due viaggiano, si trasferiscono in Germania, dove vengono a contatto con la filosofia di Kant e l’opera di Schiller, quindi Coleridge si trasferisce dapprima a Londra, quindi, nel 1802, nel Distretto dei Laghi, insieme a Southey, a Wordsworth ed alla cognata di questi, di cui s’innamora perdutamente, sebbene non ricambiato. Nel 1802, sempre più sofferente di artrite, parte per Malta, ove spera di trarre giovamento dal clima dell’isola; visita l’Italia e, tornato in patria, nel 1810 litiga furiosamente con Wordsworth. Tiene una serie di conferenze sui grandi poeti (tra cui Dante) e sulla critica letteraria; nel 1828 si riconcilia con l’amico, con cui compie un viaggio in Europa, visitando la valle del Reno.
Al ritorno, si stabilisce ad Highgate, ove morirà nel luglio del 1834.

La produzione letteraria di Coleridge è abbastanza esile — ma di una potenza evocativa stupefacente. «La ballata del vecchio Marinaio» è il racconto di un misterioso, anziano uomo di mare ad un invitato ad un banchetto di nozze; volente o nolente, quest’ultimo dovrà ascoltare le sue peripezie, avvinto da una forza sovrumana. Il Marinaio, trascinato con il resto dell’equipaggio verso il polo australe, tra nebbie e tempeste, scorge infine un albatro che scorta la nave verso il suo ritorno alle terre ospitali e alla vita. Contro ogni legge di riconoscenza, egli uccide l’Albatro e, da quel momento, il Marinaio e il resto della ciurma sono perseguitati da uno Spirito di vendetta. Morte e Vita–in–Morte si giocano ai dadi la sorte dell’equipaggio e tutti, tranne il vecchio Marinaio, cadono morti. Sino a quando una schiera angelica di Serafini giunge a portare salvezza e perdono all’anima dell’uomo. Ritornato alla sua patria, confesserà le proprie colpe ad un Eremita e sarà condannato a ripetere la sua storia per tutta la vita, affinché altri apprendano da essa.
Trionfo possente di immaginazione e simbolismo, tra brume e bagliori lunari, raffigura con tratti decisi (ed un linguaggio più medievaleggiante che medievale) la colpa dell’uomo, l’innocenza e la natura primigenia ed incorrotta dell’Albatro, la compresenza di elementi demoniaci e il trionfo di quelli angelici, la dannazione quotidiana della vita ordinaria che ignora la meraviglia sottile e possente dell’universo (la festa nuziale ed il suo clamore perdono vieppiù di melodia divenendo solo un ricordo di suoni dissonanti e caotici).
Così, «Christabel», dal gusto gotico e la musicalità intensa, ripropone con ancor più veemenza – ma in un’ambientazione ben più lontana dalla vita quotidiana – il contrasto fra potere demoniaco e la purezza angelica, con sottigliezza inquietante e pervadente femminilità.
Del 1817 è la «Biographia Literaria», vasta opera in prosa (spesso ripubblicata in frammenti) con cui Coleridge si ripropone di riunire in un unico testo le proprie visioni filosofiche, artistiche, ed in ultimo metafisiche.

Poeta dal vigore intenso, dalla sperimentazione linguistica carica di suggestioni arcaiche e dal potere intuitivo penetrante e dirompente, S. T. Coleridge resterà un punto di riferimento per una nuova prospettiva poetica, in cui il sensibile non è più immagine del sovrasensibile ma ne è commisto ed intimamente coessenziato.

– DI DAVIDE GORGA
d.gorga@liberopensiero.eu

Note
1) «Biographia Literaria» – Coleridge distingue inoltre una immaginazione primaria ed una secondaria, che “dissipa al fine di ricreare”.