Sembra essersi concluso in maniera abbastanza risolutiva il vertice informale che precede l’inizio effettivo dell’Ecofin, summit europeo che riunisce il coordinamento dei ministri delle Finanze di tutti i Paesi dell’area-euro.

La chiave di volta del vertice sarà principalmente la riduzione del carico fiscale che grava sul lavoro. Dopo rinvii, tentennamenti e qualche polemica di troppo. Ieri, infatti, il premier italiano Matteo Renzi aveva pubblicato un tweet polemico che sottolineava la necessità, da parte dell’Unione, di concentrarsi sugli investimenti invece che su futili querelle basate sui numeri. “Abbiamo bisogno di 300 miliardi di investimenti, non di lezioni”, questo il succo della dichiarazione di Renzi, per rispondere a qualche timore che l’Italia non riesca a rispettare il vincolo del 3% sul deficit.

Provocazione a cui il commissario europeo agli affari economici uscente, il finlandese Jyrki Katainen, noto “falco” del rigore, aveva risposto affermando che “L’Europa non dà lezioni. Non siamo maestri, ma collaboratori”, innescando immediatamente una bagarre mediatica. Del resto, lo stesso ministro Padoan, rappresentante italiano all’Ecofin, ha candidamente ammesso che le previsioni iniziali al 2,6% non sono più compatibili con l’attuale scenario economico, visto in peggioramento rispetto a sei mesi fa, aggiungendo però che l’Italia rispetterà tranquillamente gli impegni e che nessun nuovo patto scritto è stato imposto a Roma. A confermare tali parole, il presidente dell’eurogruppo Jeroen Dijsselbloem ha sottolineato come “Tutti i Paesi hanno già un impegno scritto, che si chiama Patto di Stabilità”.

Archiviato dunque lo screzio sul rispetto dei conti pubblici, l’attenzione può focalizzarsi sulle risoluzioni che l’Ecofin dovrà mettere in campo, spinto dal pungolo costante di Mario Draghi, che dopo aver dato fondo a tutte le risorse a sua disposizione come presidente della BCE, insiste per il consolidamento del percorso di riforme strutturali, con maggior coraggio e convinzione, per accompagnare il sospirato piano di investimenti mirati verso la crescita.

Numerose le proposte che saranno sul tavolo a partire da domani, da quella polacca a quella tedesca, passando anche per quella italiana dove si accennerà, fra le altre cose, all’adozione degli eurobond. Quello che, ad ogni modo, si conferma essere il sentimento comune, persino negli ambienti dell’austerità più convinta, è che all’Europa occorre un massiccio intervento fondato su investimenti che sappiano dare slancio alla crescita. E la strada più diretta per conseguirla è stata individuata nella riduzione delle tasse sul lavoro, da finanziare con corrispondenti tagli alla spesa improduttiva o con lo spostamento della tassazione su altre voci meno rilevanti per la crescita.

 

Emanuele Tanzilli