Negli anni che vanno dal 2000 al 2013, i nuclei familiari con lavoratori hanno perso 8.312 € netti all’anno, mentre gli stipendi in crescita risultano essere di imprenditori e professionisti, con un aumento annuale di 3.142 € netti. Secondo le analisi di Agostino Megale e Nicola Cicala, le cause che non consentono il ridimensionamento della crisi economica italiana sono prettamente legate alle diseguaglianze che riguardano i loro salari. Come scritto nel libro, intitolato appunto “Poveri salari”, i due autori rilevano alcuni interessanti dati che mostrano il cambiamento negativo degli stipendi di varie classi generazionali del nostro paese.

Secondo lo stesso rapporto rilasciato dagli studi dei due autori, attualmente 15 milioni di lavoratori guadagnano in media 1.300 € al mese; 7 milioni di pensionati, invece, sopravvivono con un reddito mensile inferiore a 1000 €; mentre il boomerang di pressione grava soprattutto sui giovani, i quali, statisticamente precari fino a 35 anni, ricevono una paga oscillante tra 800 e 1000 € al mese, e, come denuncia Megale: “rispetto ad un giovane degli anni ’70 che guadagnava mediamente il 10% in più della media nazionale, un giovane negli anni della crisi guadagna il 12% in meno.”

Il documento sconcertante resta la valutazione del rapporto di compenso tra un lavoratore italiano ed uno tedesco; quest’ultimo possiede circa 6000 euro all’anno in più, rispetto all’italiano medio. Le sconcertanti diseguaglianze economiche tra operai e capitalisti italiani, sembrano essersi marcate proprio negli anni ’70, quando: “un manager guadagnava venti volte di più di un operaio, mentre oggi arriviamo a picchi che superano le duecentocinquanta volte.”

L’unico vanto è quello di aver raggiunto un nuovo dato storico nell’ambito finanziario: secondo l’ufficio studi della CGIA, infatti, nel 2014, il peso dei contributi fiscali degli italiani ha sfiorato il 44% del reddito annuale di un lavoratore; 161 giorni di lavoro per pagare l’Irpef e le rispettive addizioni locali, il canone Rai e la tassa per i rifiuti, il bollo dell’auto e i contributi lavorativi a proprio carico. Un dato che ha superato le percentuali elevate del ’95, e che si teme vedere in continua crescita anche a causa dell’introduzione della TASI e dell’aumento d’Iva di quest’anno.

Lo stesso segretario della CGIA, Giuseppe Bortolussi, dichiara che “al netto delle modifiche che potrebbero essere introdotte nella nota di aggiornamento al Def che sarà presentata nelle prossime settimane, la pressione fiscale di quest’anno è destinata a salire di 0,2 punti percentuali rispetto al livello raggiunto nel 2013” . Questo vuol dire che neanche la concessione dei famosi 80 euro aiuteranno il mercato a ristabilire un’equità tra domanda ed offerta, a meno che questi non vengano estesi ad una fascia più ampia di lavoratori oltre che ai pensionati.

Il problema di fondo è quindi strutturato tra la riduzione del potere d’acquisto e il blocco degli investimenti bancari, effetti generati probabilmente da un’estenuante imparità di reddito fra italiani; sempre il segretario generale della Fisac, Megale, propone risoluzioni innovative per la crescita dell’occupazione, per un’uguaglianza fiscale e patrimoniale, oltre a investimenti prioritari ammontanti a 215 miliardi di euro.

Alessandra Mincone