Cosa dovremmo capire dal dibattito di questi giorni sull’austerità e sulle ricette economiche che dovrebbero salvare l’Italia e l’Europa dalla recessione? Non so bene a chi lo sto chiedendo, ma non è una domanda retorica. Cosa si suppone che dovremmo capire?
Che le ricette italiane sono in linea con i desiderata della Commissione Europea e che vanno solo applicate come ha dichiarato, con una punta di diffidenza, il vicepresidente liberista osservante Katainen?

Oppure che c’è un braccio di ferro in corso e l’Italia non farà una legge di bilancio allineata al fiscal compact europeo? Come fatto intendere da Padoan e Renzi e sottolineato dalla stampa italiana e da quella filogovernativa con particolare enfasi.
C’è davvero un braccio di ferro tra Italia ed Europa, esiste una svolta nelle politiche di austerità sperimentate fin’ora e che il governo europeo di PPE e PSE sembra voler portare avanti?

Quello che ho capito io, gufo comodamente appollaiato sul trespolo del lavoro liberalizzato, è che sono state promesse riforme del mercato del lavoro che piacciono molto alla destra europea, di cui Katainen è autorevole espressione, ma che in cambio il governo italiano non vorrebbe fare una legge finanziaria (il bilancio dello Stato per l’anno prossimo) sulle direttrici europee di rientro del debito.
E in effetti sarebbe una operazione che comporterebbe tagli socialmente insostenibili, oltre che disastrosi per il consenso di cui gode ora il presidente del Consiglio.

Ma anche questa versione della storia non appare molto soddisfacente. Sembra la posizione di chi si è accorto, in largo e disastroso ritardo, che le teorie sull’austerità espansiva di bocconiani natali, erano sbagliate, ma non lo può dire troppo forte perché fin’ora le ha sempre avvallate. E non può nemmeno fare una vera inversione di marcia, perché nel frattempo non solo ha inserito il pareggio di bilancio (ora “rivelatosi” recessivo) in Costituzione, ma ha anche approvato delle leggi che impongono all’Italia vincoli ancora più restrittivi di quelli che chiedeva la trojka.

L’impressione insomma è che la grande vertenza renziana sulla politica economica contro le direttive della Commissione Europea si risolva in ultima istanza nel solito immobilismo.

Uno status ormai cronico del nostro paese che ci impone una austerità “pubblica”, nei servizi e sugli investimenti statali, senza andare ad intaccare quei vizi privati di un tessuto produttivo (salvo poche eccezioni virtuose) vecchio, farraginoso, segnato dall’evasione fiscale, refrattario all’innovazione e che cerca sempre la soluzione nell’abbassamento del costo del lavoro e nella precarizzazione dei contratti.
Tutto meno che “cambiare verso” insomma: un mercato del lavoro che prosegue sulla china quasi ventennale della precarietà e una politica economica che si discosta dall’austerità solo per salvare (forse) la sanità da ulteriori tagli, ma non abbastanza per fare investimenti pubblici.
Se si volesse davvero cambiare verso, e ce ne sarebbe bisogno, una prima occasione è offerta dal referendum per il quale si stanno finendo di raccogliere le firme in questi giorni che mira alla modifica delle leggi italiane sul fiscal compact. Un primo passo per poter tornare a fare investimenti pubblici sostanziosi e stimolare un po’ la crescita.

L’iniziativa, promossa da economisti di diversa estrazione – da Riccardo Realfonzo a Mario Baldassarri – ha subito raccolto l’appoggio della CGIL, come di molte sigle politiche soprattutto di sinistra, e un po’ a sorpresa anche da alcuni settori di Partito Democratico “pentiti” di quanto votato nei governi Monti e Letta, rappresentati da Bersani, Cuperlo e Fassina.
Io ho firmato e invito chi apprende ora della cosa ad affrettarsi, recandosi nella Camera del Lavoro di zona o contattando il comitato Stop Austerità più vicino.
L’altra buona azione che si potrebbe fare, per “cambiare verso”, sarebbe smetterla di ficcare la testa sotto la melma del nostro paludato dibattito pubblico ed ammettere che le modifiche alle regole del mercato del lavoro (leggasi precarietà e legge 300/70) non sono per niente la priorità per l’Europa, così come non lo sono per il bene della nostra economia nazionale.
L’ultimo Rapporto Europeo sulla Competitività parla principalmente di innovazione, di investimenti e delle caratteristiche di gestione delle imprese, non di mercato del lavoro. Tutto un altro paio di maniche agire su queste cose, perché significherebbe mettere mano su quei “vizi privati” del tessuto produttivo nazionale che nessun governo ha mai avuto il coraggio di toccare ma che oggi, senza più l’aiuto ingente dei soldi pubblici, si sta rivelando in tutta la sua debolezza.

Alessandro Squizzato

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