Come ogni anno ci accingiamo all’autunno. Caldo o freddo poco importa, a rimanere costanti sono, invece, le questioni aperte e irrisolte di un dibattito stanco e usurato, a partire dall’articolo 18. A metà estate il leader del Pd e presidente del Consiglio, Matteo Renzi, sembrava avesse chiuso la discussione con un bel “l’ultimo tema di cui abbiamo bisogno è una discussione ideologica sull’articolo 18”. 

Sarebbe troppo facile dividersi tra difensori e inquisitori, tra chi è più di destra e chi è più di sinistra quando si parla di chi oggi tutele non ne ha affatto, tra chi vuole l’innovazione e chi punta alla conservazione. L’Italia di questi ultimi trent’anni in fondo così ci ha abituati. Quando si parla dell’articolo 18, ecco che la politica italiana dà il meglio di se stessa.

Ma cos’è, in fondo, l’articolo 18? L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori è la possibilità da parte di un lavoratore dipendente con contratto a tempo indeterminato di poter ricorrere dinanzi al giudice in caso di licenziamento senza giusta causa. Parliamo, inoltre, di un diritto riconosciuto ai soli lavoratori dipendenti di aziende con più di 15 addetti. Tale diritto, è bene specificarlo, non esiste in caso di licenziamento collettivo o di chiusura dell’attività. Anche un bambino capirà quanto il raggio di applicazione dell’articolo 18 sia di fatto limitato e quanto sia strumentale la retorica di chi sostiene che esso sia l’ostacolo insormontabile per le assunzioni e l’occupazione.

Abolire l’articolo 18 è la più grande forma di ideologizzazione delle misure in tema di mercato del lavoro; è l’idea stessa che di fronte alle “esigenze” del mercato si possa arrivare dovunque; è il lavoro che diventa sempre più merce e meno valore. L’articolo 18, ossia l’idea che un lavoratore, una persona, non possa essere licenziato senza una giusta causa, è un fatto culturale, più che economico. E’ la carica simbolica del modello su cui l’occidente, in particolare l’occidente europeo, ha costruito il compromesso e l’equilibrio tra economia capitalistica e giustizia sociale, tra egoismo e solidarietà. E’ per questo che ideologicamente l’articolo 18 va abolito, perchè porta su di sé una carica simbolica che le destre dell’austerità e dell’individualismo sfrenato non possono accettare.

L’idea che la contrattualistica sul lavoro risolva i problemi di occupazione è tramontata da tempo, anche se non proprio per tutti. Con tipologie contrattuali diverse non si crea lavoro, ma si fa emergere quello che c’è già, il lavoro nero ad esempio.  Con oltre 40 tipologie di contratti a tempo determinato, subordinato, parasubordinato, a chiamata e chi più ne ha più ne metta, è chiaramente una stupidaggine dire che non si può usufruire della dovuta e necessaria flessibilità. Stesso ragionamento vale per il contratto a tutele crescenti, unica vera innovazione della contrattualistica in tema di lavoro e che permetterebbe all’impresa di non avere vincoli e allo stesso tempo di investire sul capitale umano. Diversi mesi fa, come Giovani Democratici della Campania abbiamo svolto un incontro con il Prof. Tito Boeri proprio sul contratto a tutele crescenti ed anche in quella occasione abbiamo ribadito come il tema rimanga l’estensione delle tutele a chi oggi non le ha; in altre parole, come cominciare a parlare di flessibilità e non precarietà.

Allora, cosa vuol dire non fare una discussione ideologica sull’articolo 18 se non aggredire all’osso le storture reali che fanno da freno allo sviluppo di un’economia competitiva e allo stesso tempo florida? Un’azienda qualunque in Italia si scontra con una serie di difficoltà che scoraggerebbero chiunque a investire. Non è mia intenzione fare l’ennesima diagnosi e mi limiterò ad elencarne qualcuna: una proliferazione di norme e regolamenti spesso contraddittori e incomprensibili ai più; una giustizia civile lenta e inefficace; un’amministrazione pubblica troppo spesso inefficiente e in troppi casi corrotta; una spesa in ricerca ed innovazione che farebbe ridere chiunque si occupi di sviluppo; una politica industriale ed energetica completamente scomparse dall’agenda.

Una discussione non ideologica sull’Italia, quindi, deve partire da questo, entrare a gamba tesa su quelle sacche di conservazione che hanno incancrenito i problemi nostrani e di cui sono responsabili le classi dirigenti di questo Paese, da quella imprenditoriale, a quella politica e sindacale.

 

Antonella Pepe