“Sono venuto qui per studiare legge e cambiare il mondo […] pensavo che avrei fatto la differenza, capisci? Pensavo che avrei lottato per una giusta causa; avrei protetto gli innocenti, perseguito i colpevoli.”

Quando confida il suo sogno a Rudy, Paul non immagina che la sorte lo metterà presto nelle condizioni di realizzarlo.

Dopo aver da poco chiarito a se stesso il proprio orientamento sessuale, Paul Fliger (Garret Dillahunt) si reca in un locale riservato  ai gay nella frenetica Los Angeles degli anni ’70. Un pò timido e impacciato, viene notato dalla briosa e disinvolta Drag Queen Rudy Donatello (Alan Cumming), che diverrà presto sua compagna e convivente. I due scoprono da subito una forte sintonia, data dalle personalità differenti ma profondamente affini.

Quasi immediatamente il giovane Marco, affetto dalla sindrome di Down, entra a far parte delle loro vite. Il ragazzo cela un passato di solitudine e mancato affetto da parte della madre Marianna, tossicodipendente che finisce in galera. Nascondendo la natura del loro rapporto al giudice, i due riescono ad ottenere l’affidamento temporaneo di Marco, che grazie all’amore genuino dei nuovi genitori inizia la più spensierata e incoraggiante fase della sua vita.

L’idillio è però presto destinato a infrangersi contro il soffocante bigottismo e il bieco moralismo che domina l’opinione pubblica. Dopo appena un anno di vita felice Rudy e Paul vengono denunciati dal capo di quest’ultimo, visceralmente omofobo. Marco verrà affidato senza pietà ai servizi sociali e chiuso in un istituto; mentre i due ingaggeranno un’estenuante battaglia legale per riaverne la custodia. Dopo svariate peripezie il verdetto finale e l’esito della vicenda si riveleranno sconvolgenti.

Vincitore di numerosi premi, tra cui il Tribeca e il Chicago Film Festival in America e il Giffoni Film Festival in Italia, Any Day Now affronta un tema convenzionale in una chiave originale, capace di creare una forte empatia col pubblico senza scivolare nel facile pietismo da melodramma. Grazie ad un’intrigante sceneggiatura e all’esigente regia di Trevis Fine la tensione narrativa resta costantemente alta, alternando opportunamente momenti leggeri ad altri emotivamente impegnativi. Inseriti in un contesto semplice e definito, i personaggi sono caratterizzati acutamente, curati nei loro dettagli e con le sfumature più controverse dei loro stati d’animo messe in risalto.

Con un intervento nell’aula di tribunale, che ricorda molto quello di Denzel Washington nei panni dell’avvocato Joe in  “Philadelphia” (1993), Paul squarcia il velo di infimo giustificazionismo legale dietro il quale i pregiudizi popolari serpeggiano e si muovono in difesa del perbenismo vigente nella società. Il vero problema non è il bene di Marco, ma l’omosessualità della coppia. “Solo perché siamo diversi non vuol dire che siamo cattivi genitori” dichiarerà Rudy. Tutti sanno perfettamente che nessuno vorrà mai adottare un ragazzo “basso, grasso e ritardato”. Ma loro sì, e questo non basta. A quanto pare la legge preferisce affondare un innocente tra le crepe del sistema piuttosto che affidarlo a una coppia di uomini.

La battaglia intrapresa da Alan e Paul, straordinariamente attuale, è il simbolo di qualcosa che va oltre la questione dell’adozione gay, qualcosa di universale; il diritto a un riconoscimento etico, morale; umano: il diritto alla giustizia.

Alan Cumming regala un’interpretazione toccante e sentita infondendo nel suo personaggio un temperamento vivace e combattivo che lo pone come uomo dignitoso, e non come vittima da compatire. La sua voce è l’intera colonna sonora del film, accompagna le immagini incantando chi la ascolta. In particolare nell’ultima scena intona le note di “Any Day Now”, malinconico ma non arreso, non si lascia abbattere da un finale amaro e inaspettato, e ancora spera e crede che un giorno o l’altro saremo liberi. Liberi dalle catene dell’ignoranza e dalla morsa dei pregiudizi.

Federica Margarella