A Giovanni Sartori, decano dei politologi italiani, il termine Italicum, con il quale la legge elettorale “Verdini-D’Alimonte” è stata ribattezzata, proprio non va giù. A più riprese, ha proposto nomi alternativi -del resto, si sa, i nomi in latinorum delle leggi elettorali sono sua prerogativa- tra i quali Pastrocchium Bastardellum. Eppure, il nome Italicum non è, forse, del tutto fuori luogo. La legge elettorale sulla quale Renzi sta puntando tutto è davvero “italica”, nella misura in cui, bisogna dire, italiche erano anche le ultime due leggi elettorali, il Mattarellum ed il Porcellum. E’ Italicum nella misura in cui si distingue, al pari delle leggi elettorali sopraccitate, come una chiara ed inequivocabile soluzione all’italiana.

Ma andiamo con ordine: come le due leggi elettorali precedenti, l’Italicum presenta un colossale vizio di fondo, ossia il tentativo di compromesso fra due sistemi elettorali in aperta contraddizione e, di conseguenza, fra due criteri di legittimazione popolare completamente diversi fra loro. Mentre il sistema proporzionale, difatti, pone il candidato singolo in secondo piano, in quanto l’ottenimento del seggio è subordinato al risultato del partito, il sistema maggioritario vede eletto il vincitore del singolo collegio. Nel primo caso il candidato è, dunque, eletto in quanto esponente di un dato partito, nel secondo è eletto in quanto vincitore nel suo singolo collegio, e dunque in forza di un rapporto diretto con l’elettorato di riferimento.

Appare chiara l’inconciliabilità dei due sistemi, considerando che un correttivo in senso proporzionale ad un sistema maggioritario comporterebbe vincitori esclusi e, viceversa, un correttivo in senso maggioritario ad un proporzionale comporterebbe uno strappo al criterio di legittimazione del sistema in sé. Se, difatti, col sistema maggioritario è possibile una rappresentanza in parlamento superiore o inferiore al dato nazionale del partito, dipendendo la legittimazione dei candidati dai loro singoli risultati, in un “proporzionale corretto” questa legittimazione, di fatto, non esiste. Per farla breve, usando le parole di Sartori, “un sistema elettorale è maggioritario se il voto si esprime in collegi, nei quali il vincitore è chi taglia per primo il traguardo: il cosiddetto first-past-the-post-system” e, ancora, “ogni sistema non basato su collegi uninominali è proporzionale“. Non esiste, dunque, proporzionale con collegi uninominali né maggioritario che preveda collegi plurinominali.

Ogni singolo tentativo, in Italia, di annacquare uno dei due sistemi ha, come noto, prodotto mostri. Prima il Mattarellum, sistema “maggioritario” ad un turno, che ha contribuito alla frammentazione partitica tramite il 25% di correttivo proporzionale ed allo scorporo (alcuni ricorderanno il paradosso della lista civetta “Abolizione Scorporo”). Poi venne il Porcellum, legge proporzionale con sbarramento. Tutto bene, fin qui; peccato per l’abnorme premio di maggioranza (la cui legittimazione era pari a zero) e per gli sbarramenti più bassi per le forze coalizzate, che hanno consentito a forze che altrimenti non sarebbero entrate in parlamento di prosperare e -paradosso dei paradossi- essere potenziate se facenti parte dello schieramento vincente, aumentando il loro potere di ricatto sulla maggioranza governativa.

L’Italicum, la nostra nuova soluzione all’italiana, prosegue su questa via, creando l’ennesimo monstrum, l’ennesimo infelice ibrido. Proporzionale, senza preferenze, con doppio turno, o forse no, se si raggiunge, come coalizione, il 37%. O forse provvisto di preferenze, secondo le ultime dal “fronte”, ma con un meccanismo tutto nuovo: i capilista bloccati, nuova, geniale intuizione che consentirà a gente senza un voto di sopravanzare campioni delle preferenze e che consentirà ai partiti medio-piccoli di godere, fondamentalmente, di liste bloccate.

Dirà il lettore: non sarebbe meglio scegliere uno dei due sistemi -proporzionale o maggioritario che sia- ed applicarlo tout court? Un ultimo dato: l’ultima volta che si è tentata in Commissione Affari Costituzionali del Senato la via di un maggioritario a doppio turno, su input di Sartori, la proposta, una volta in Aula, fu ricevuta da 222 emendamenti.