Ci siamo. Da stamattina alle 7 locali (le 8 italiane) 4.285.323 i residenti in Scozia dai 16 anni in su (l’età minima è stata abbassata per l’occasione, e può votare chiunque risieda stabilmente lì, non soltanto quindi gli eventuali cittadini scozzesi) prenderanno una decisione che potrebbe entrare nei libri di Storia.
Ma cosa succederà se gli scozzesi (e i residenti in Scozia) diranno “aye!” alla scelta indipendentista?

Innanzitutto non ci ritroveremmo già da domani con un nuovo Stato scozzese. In caso di vittoria del sì l’indipendenza verrà proclamata ufficialmente il 24 marzo del 2016, data non casuale poiché è il 307esimo anniversario dell’Act of Union che nel 1607 sancì la formazione del Regno Unito. Questi due anni di tempo servirebbero alla Scozia per dotarsi di una struttura istituzionale, scrivere una Costituzione ed affrontare tutte le questioni internazionali sollevate, come il rapporto con la (a quel punto) ex-Gran Bretagna, l’Unione Europea, la NATO e soprattutto la moneta da utilizzare, in quanto Edimburgo vuole, almeno inizialmente, mantenere l’unione monetaria (la Scozia già emette moneta propria) ma Londra è contraria, sebbene in caso di uscita forzata della Scozia dalla sterlina il debito pubblico scozzese passerebbe tutto sulle spalle dell’Inghilterra.

Poi l’Unione Europea sarebbe davanti ad un dilemma, dato che sarebbe in assoluto il primo caso di una secessione in uno stato membro dell’UE. Da un lato c’è la pressione dei paesi con forti movimenti indipendentisti come Spagna o Belgio che per dare un forte segnale interno “punirebbero” la Scozia negandole l’ammissione all’UE (per la quale serve l’unanimità degli altri Paesi membri), dall’altro c’è la consapevolezza che tenere il paese celtico, storicamente più europeista dei fratelli inglesi, fuori dall’Europa come “rappresaglia” verso una scelta pienamente legittima dal punto di vista legale per l’Unione sarebbe un vero e proprio harakiri politico, sociale ma anche economico, dato che significherebbe rinunciare anche alle ricche risorse energetiche scozzesi, e in un periodo di crisi di approvvigionamento nonché in previsione di un possibile inasprimento della tensione con la Russia nel prossimo futuro, sarebbe decisamente poco saggio.

In discussione sarebbe anche il ruolo della Gran Bretagna all’interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in cui il Regno ha un seggio permanente e il diritto di veto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. In questi casi i precedenti però ci sono: nel 1991 il seggio dell’Unione Sovietica fu preso in eredità dalla Federazione Russa, ed è ancora più probabile che possa accadere lo stesso anche stavolta lasciando in questo caso il seggio allo Stato formato da Inghilterra, Galles ed Irlanda del Nord, in quanto tecnicamente la continuità istituzionale del Regno Unito non verrebbe comunque meno.

Ma parecchi grattacapi sorgerebbero a sud del Vallo di Adriano anche da domani. Innanzitutto sarebbe una sconfitta fatale per la carriera politica di David Cameron, che verrebbe additato da tutti come principale responsabile del disastro.
Cameron ha già messo le mani avanti preannunciando che non si dimetterà in caso di vittoria del sì, ma sarà arduo mantenere l’intenzione dato che difficilmente gli sarebbe perdonato che  nel 2013 all’atto dell’indizione del referendum rifiutò di inserire tra le scelte referendarie anche l’opzione di una Scozia maggiormente autonoma all’interno del Regno Unito, e pose il popolo scozzese ad una scelta secca: o dentro o fuori, magari confidando in una facile vittoria dell’unione per spegnere definitivamente le istanze autonomiste scozzesi.
Sarebbe inoltre una sconfitta anche per i Laburisti, in quanto Ed Miliband avrebbe addosso la responsabilità di non aver saputo trattenere la principale roccaforte elettorale del partito.
Inoltre i problemi sorgerebbero anche a Buckingham Palace: attualmente la monarchia non è messa in discussione dagli indipendentisti, quindi la Scozia pur essendo indipendente avrebbe comunque la regina Elisabetta così come accade in Australia, Nuova Zelanda e Canada, ma insieme a quella indipendentista si inizia a far forte anche la voce di chi ritiene la Corona un istituzione anacronistica e vorrebbe dare alla nuova Costituzione scozzese una forma repubblicana.

Infine occorre sottolineare che i più attenti al referendum sono Irlanda del Nord e Galles, e non è da escludere che un eventuale secessione scozzese possa essere soltanto l’inizio della disgregazione dell’ex Regno britannico.

Giacomo Sannino