Più conosco il Messico e più mi convinco che non basta una vita per assaporarlo tutto. Troppo vasto, troppo intenso, per giunta mutevole: mi capita di tornare in luoghi dove sono stato e riscoprirli diversi da come li ricordavo.

L’incipit di Mahahual racconta, in poche righe, la vera essenza del Messico di Pino Cacucci. Un paese sconfinato, ardente e vivace, spesso amaro, il cui intramontabile fascino fa sì che anche uno come Cacucci, che ne conosce ogni risvolto, possa trarne nuova linfa ad ogni viaggio.

Mahahual, che in lingua maya significa “luogo della mahahua” (un tipico albero del Caribe), è un villaggio del Quintana Roo situato nel cuore della Costa Maya, sulla strada che da Cancún arriva a Chetumal, ultimo avamposto messicano prima del confine col Belize. Di fronte a Mahahual sorge la seconda più estesa barriera corallina al mondo, dopo la coral reef australiana, che fa di questo piccolo pueblo di circa mille abitanti un’autentica perla del Caribe messicano.

La Mahahual di Cacucci, però, non è un semplice paradiso tropicale; Mahahual è il frutto di una ricerca, è il frutto della necessità di ritrovare quella genuina mexicanidad messa seriamente a rischio dalle omologazioni del turismo globalizzato, che in questa zona del paese prolifera a dovere.

Cacucci, si sa, del Messico conosce ogni pietra, e il fascino esercitato su di lui da questo minuscolo villaggio è il tipico fascino da baluardo del cosiddetto turismo responsabile. Fino ad ora, infatti, i mahahualeños hanno strenuamente respinto gli attacchi di cordate di palazzinari che, al pari dei conquistadores, hanno in passato deturpato i paesaggi di Cancún e Playa del Carmen.

In quest’ultima sua opera, che mescola cronache, inchieste e biografie al sapore seducente del romanzo d’avventura, Pino Cacucci tiene molto presente il tema dell’ecoturismo.

La preservazione di patrimoni dell’umanità come la riserva della biosfera di Sian Ka’an ha, infatti, reso proibitiva ogni prospettiva di sfruttamento compulsivo di questa zona del Mar dei Caraibi, ma esistono, purtroppo, anche altre ragioni meno fauste che impediscono la costruzione di moderne strutture turistiche. La Costa Maya è un’area fortemente soggetta ad uragani durante il periodo estivo e le stesse abitazioni dei mahahualeños sono costruite in legno appositamente per essere più facilmente ricostruite al termine dei cicloni. Cacucci racconta, nello specifico, di una località di Mahahual chiamata Punta Herrero, i cui abitanti, con la lora intraprendenza nel ricostruirsi case e tiendas, manifestano uno strenuo senso di adattamento alla natura figlio del lascito precolombiano di millenni di sviluppo simbiotico con la madre terra.

Il principale snodo amaro della narrazione che Cacucci intraprende in Mahahual riguarda, però, manco a dirlo, la scelleratezza dell’uomo e, nello specifico, la questione delle tonnellate di plastica che giungono sulle sponde della Costa Maya. Il problema della basura è ciò che principalmente affligge il pueblo di Mahahual, e risalta maggiormente per il fatto che queste spiagge siano vittima di una eco-negligenza soprattutto globale più che locale. Ingenti quantitativi di immondizia difficilmente riciclabile vengono ogni giorno scaricati in mare da Europa, Africa e Nord America, e viaggiano per chilometri e chilometri, trasportati dalle correnti atlantiche, fino ad arrivare al Golfo del Messico. I cittadini di Mahahual combattono quotidianamente questo flagello, rimboccandosi le maniche e organizzando svariate iniziative all’insegna dell’ecosostenibilità che hanno portato il villaggio a fregiarsi del titolo di pueblo ecoturistico.

Il racconto della Mahahual cacucciana procede poi con la trattazione di alcuni case histories riguardanti personaggi che lasciarono un segno sulle spiagge della Costa Maya, quali Elvia Carrillo Puerto, attivista promotrice dell’alfabetizzazione delle donne maya, e Gonzalo Guerrero, un vero e proprio Balla coi lupi yucateco che tradì la Corona e si oppose alla conquista.

Partendo dalla storia corsara del Quintana Roo, la grande culla del meticciato messicano, l’ultimo segmento narrativo di Mahahual è una novella in cui Cacucci, animato da un impetuoso spirito salgariano, narra le gesta di un bucaniere genovese approdato sulle sponde del Caribe; un autentico giramondo trattato con ben più di un pizzico di autobiografismo, che, proprio come fa il suo autore da anni, sigue impávido cruzando fronteras.

Cristiano Capuano