Il Partito Democratico non è mai stato il partito più unito della storia repubblicana, e l’unità di questo partito è, ad oggi, semplicemente di convenienza. Tutti riuniti dietro il lìder màximo Matteo Renzi, dominus assoluto del partito che gode (e, probabilmente godrà) del sostegno pubblico. Durante la campagna elettorale per le europee il PD si è dimostrato una vera macchina del consenso, fino ad arrivare al più volte rivendicato 40.8% delle preferenze. Immediatamente dopo le elezioni, però, il PD è tornato ad essere il solito PD: quel soggetto plurale, caratterizzato da una forte dialettica interna, in cui risiedono varie anime politiche, dai socialisti ai liberaldemocratici fino ai democristiani. Quel soggetto plurale, come sopra descritto, ha cominciato a spaccarsi, complice anche il lungo lasso di tempo che separa il PD dalle prossime elezioni, e da alcuni si paventa addirittura la possibilità di scissione. Ma è davvero plausibile che il PD si separi in due entità politiche?

Proviamo a rifletterci ponendo nel contesto piddino tutte questioni che ad oggi sembrano creare grossi grattacapi a Renzi. Ci sono numerosi punti di attrito tra i renziani e la minoranza del PD, sia politiche che personali. Renzi è il rottamatore per eccellenza: con la vittoria alle primarie, seguita alla defaillance di Bersani dopo il voto del 2013, il giovane premier ha mantenuto la promessa relegando in un angolo tutta la vecchia guardia del partito. Bersani si è oscurato, complice anche il piccolo intoppo di salute che l’ha colpito qualche mese fa; D’Alema ha continuato a perdere consenso, ‘schiaffeggiato’ dal nuovo segretario che non ha la minima intenzione di trattare con i vecchi dirigenti del partito; Rosy Bindi, dopo l’elezioni alla commissione antimafia si è lentamente eclissata verso l’oblio. Anche i più giovani dem sono stati riposti in un angolo. In primis Cuperlo, che dopo la buona prova alle primarie ha quasi rinunciato al ruolo di comprimario; Civati non perde occasione per attaccare il governo e la guida del partito; Fassina, ridicolizzato pubblicamente da Renzi, fa una dura opposizione sui temi economici e del lavoro.

Matteo Renzi At The Democratic Party PD National Assembly

Altri motivi di attrito sono strettamente politici. In primis l’articolo 18, preso a bandiera da parte dell’ala sinistra del PD mentre usato come bersaglio dal governo di Matteo Renzi. Nelle ultime settimane abbiamo sentito la difesa imprescindibile della reintegra, come previsto nello statuto dei lavoratori, da parte dei vari D’Alema, Bersani, Fassina. Non solo articolo 18, ma anche Unione Europea, dove Federica Mogherini ha coperto il posto da sempre ambito da D’Alema. Sulle riforme costituzionali, dopo la vicenda generata da Vannino Chiti e Corradino Mineo, si è generata una vera e propria caccia all’uomo, con Renzi assolutamente determinato a portare avanti l’abolizione del Senato e riforma elettorale.

Questa situazione ha creato due fazioni ben fornite all’interno del PD. Da un parte i renziani, compatti a sostegno del proprio leader e difficilmente fuori le righe; dall’altro gli anti-renziani, divisi su varie personalità e gruppi (dalemiani, bindiani, cuperliani, civatiani) che spesso riescono a fornire un’opposizione al governo più forte di quella di Forza Italia (che è legata a Renzi dal Patto del Nazzareno) e del MoVimento 5 Stelle. Specie dall’area civatiana e cuperliana/bersaniana si è parlato in questi giorni di una possibile scissione per la creazione di un soggetto politico alla sinistra del PD, magari insieme a Sinistra Ecologia e Libertà in caduta libera dall’avvento di Renzi. La possibilità paventata da queste correnti, e a più riprese da Civati stesso, sembra essere però poco praticabile.

In primis l’apparato del PD, all’indomani delle primarie, si è spostato di molto a favore del nuovo segretario, togliendo ai separatisti una base di consenso importantissima su cui ha sempre vissuto di rendita. Il sostegno che questo gruppi di piddini realmente ha potrebbe essere misurato nella raccolta di firme contro l’austerità, promossa, tra gli altri, da Bersani, D’Alema e Fassina. In secondo luogo la creazione di un soggetto a sinistra del PD potrebbe spingere il governo verso due possibili soluzioni, alternative e non contemporanee. In un primo caso potrebbe optare per creare una nuova maggioranza con l’aiuto di Forza Italia, e portare avanti le soluzioni liberiste alla crisi che Renzi propone e che tanto sono discusse e combattute dall’ala sinistra del PD, oltre che le discusse riforme costituzionali. In un secondo caso Renzi potrebbe spingere Napolitano a sciogliere le camere così da non dare abbastanza tempo ai fuoriusciti di creare un’alternativa seria e organizzata per le elezioni anticipate. Ultima osservazione riguarda la legge elettorale, l’Italicum, che potrebbe essere approvata prima di andare alle urne. Se così fosse i fuoriusciti dovrebbero avere a che fare con sistemi di sbarramento e accesso al parlamento ardui da superare e potrebbero finire come FLI di Fini, o come potrebbe capitare a NCD di Alfano.

dalema-bersani[1]

In conclusione, quindi, pare poco probabile che il PD sia veramente interessato ad una scissione, sia da parte dell’ala sinistra che da parte dell’ala renziana la quale comunque non può che ammettere la grande funzionalità della vecchia dirigenza. I contro superano di gran lunga i pro di una scissione, soprattutto fino a quando l’accordo tra Berlusconi e Renzi sulla legge elettorale tiene. E’ anche molto improbabile che l’ala sinistra abbatta il governo per poi doversene prendere le responsabilità, che sarebbero pagate prontamente in occasione delle primarie. Più plausibile, invece, che l’ala sinistra del PD, alla fine, scelga di organizzarsi in una larga fetta del partito, che va da D’Alema a Civati, fino a Cuperlo, Fassina e Bersani, per organizzare piccoli raid politici quando ce ne sia l’opportunità, trattando in campo mediatico e politico con Renzi sulle riforme, specie quelle economiche e del lavoro. Quindi i piddini possono dormire sogni tranquilli, è tutto un bluff.

Francesco Di Matteo