Più di un miliardo di euro di IVA sarebbe stato rubato allo Stato e trasferito ad al Qaeda: è quanto emerge da un’indagine della Procura di Milano.

Tutto ha inizio da un fallito blitz per catturare Osama bin Laden sulle montagne tra Afghanistan e Pakistan nel 2010. Le forze speciali non trovano il leader terrorista, ma si imbattono in una serie di fatture sulle certificazioni ambientali che si snoda tra Europa, Medio Oriente e Hong Kong: sarebbe la prova di una colossale frode fiscale.
Sulle stesse orme stava lavorando la procura meneghina, grazie alla denuncia di una commercialista: ora sono in 38 ad essere indagati, con 80 milioni di euro sequestrati ad un’associazione criminale anglo-pakistana ed una franco-israeliana, accusate di aver rubato allo Stato italiano 1150 milioni di euro di IVA dal 2009 al 2012.

I documenti fiscali rinvenuti nel rifugio pakistano conducevano ad Imran Yakub Ahmed, quarantenne anglopakistano residente in Inghilterra ed amministratore della milanese “Sf Energy Trading spa”, sulla quale i pubblici ministeri lombardi e la Guardia di Finanza hanno cominciato ad indagare dopo l’esposto una commercialista di Milano, spaventata dalla facilità con la quale guadagnava soldi a palate lavorando per alcune società intestate a prestanome cinesi e italiani, “cartiere” che facevano girare milioni di euro vendendo e acquistando migliaia di carbon credit.
Per comprendere il sistema, è necessario ricordare che con i Protocolli di Kyoto ad ogni Stato è assegnata una quota massima di produzione di CO2. Le aziende che producono meno gas serra del tetto assegnato possono vendere il rimanente della quota alle imprese meno virtuose emettendo appunto carbon credit, certificati ambientali che possono essere negoziati bilateralmente o in un mercato telematico, scambiati sotto la supervisione di autorità pubbliche nazionali quali in Italia il Gestore dei Mercati Energetici, che fa capo al Ministero dell’Economia.

Le due organizzazioni criminali acquistavano i certificati ambientali in Regno Unito, Francia, Olanda e Germania attraverso società fittizie con sede in Italia, vere e proprie “cartiere” che producevano solo fatture e che erano intestate o a prestanome quasi sempre cinesi o a persone estranee ma vittime di furti d’identità.
Dopo aver acquistato senza pagare l’IVA, non dovuta in questo tipo di transazioni intracomunitarie, le “cartiere” aggiungevano l’IVA al 20% e vendevano i certificati ad altre società fittizie, che facevano da intermediari con gli ignari acquirenti finali. Una volta incassata l’IVA, la “cartiera” non la versava allo Stato italiano ma chiudeva i battenti e spariva nel nulla, mentre i soldi venivano dirottati su conti correnti a Cipro e Hong Kong per finire a Dubai. Le rogatorie avviate dalla procura milanese negli Emirati sono cadute nel nulla, mentre i soldi sottratti all’Erario italiano sono stati riciclati in diamanti ed investimenti immobiliari.

L’aspetto più inquietante è che, secondo i servizi segreti americani e britannici, dietro alle immense operazioni di riciclaggio legate a frodi fiscali di tali dimensioni potrebbe nascondersi una rete di finanziamento al terrorismo internazionale di matrice islamica, come lascia del resto presupporre il coinvolgimento di Imran Yakub Ahmed risultante sia dall’inchiesta italiana che dalle carte ritrovate nel covo qaidista. Ciò che è sicuro è che il meccanismo criminale è stato replicato per anni in centinaia di transazioni in tutta Europa, fino a quando le due organizzazioni hanno trasferito gli affari in Italia dopo che altri Paesi dell’UE erano corsi ai ripari con norme apposite.

Le indagini della Procura di Milano, chiuse in questi giorni, hanno scoperto una frode sull’IVA da 660 milioni di euro solo nel primo filone d’inchiesta, con 38 indagati di cui 11 ricercati e 80 milioni di euro posti sotto sequestro. Un’inchiesta parallela sta facendo luce su una frode del tutto analoga, stavolta da 450 milioni di euro.

Simone Moricca