«Sei reale per me, Samantha»

Theodore (Joaquin Phoenix) rivolge queste parole in un colloquio notturno alla sua amante, una donna in grado di capirlo, ascoltarlo e consolarlo in uno dei momenti più delicati della sua vita, avendo appena affrontato un doloroso divorzio. C’è solo una cosa ad ostacolare questa storia d’amore: Samantha non è una donna, ma un sistema operativo.

Questo è il tema del film Lei di Spike Jonze, che ha sbalordito nuovamente il pubblico dopo il successo di Essere John Malkovitch, vincendo l’Oscar per la miglior sceneggiatura raccontando la tenera storia d’amore tra un uomo sull’orlo del baratro emotivo e la perfezione di un’intelligenza virtuale che gli parla attraverso la seducente voce di Scarlett Johansson (Micaela Ramazzotti nel doppiaggio italiano), diventando per lui una vera e propria compagna di vita.

Theodore è un uomo malato d’amore, con lo sguardo vacuo, dall’aspetto triste e ordinario, che per lavoro scrive lettere d’amore per coloro che non sanno farlo, che riporta alla mente la storica figura di Florentino de L’amore ai tempi del colera collocandola, però, in un futuro ansiosamente vicino. Ricorda un uomo di altri tempi, ma vive in un’epoca (non troppo) futura. Perchè la magia del film di  Jonze è proprio questa: mescolare l’amore puro, disinteressato, che va al di là del fisico e del materiale (che ormai riusciamo a ritrovare solo nei vecchi romanzi) e il progredire di una tecnologia che avanza sempre di più verso l’essere umano, talvolta anche superandolo. “Più umano dell’umano” sentiamo nello storico film Blade Runner, e un’intera generazione si è commossa di fronte all’interpretazione di Robin Williams nell’Uomo bicentenario, entrambi film che hanno portato sul grande schermo la possibilità che la natura impersonale di una macchina possa ribaltarsi, al punto da raggiungere picchi emotivi che in un’epoca come la nostra sono ormai quasi sconosciuti.

Ma Jonze ha fatto un balzo in avanti: non si tratta di robot, dotati di un corpo e un volto (sebbene artificiale) che si possono vedere, toccare con  mano. Samantha non ha volto, non ha corpo, è solo voce.  Non è la solita storia di due che si “incontrano” su internet, che si scrivono, che possono raggiungersi. È la storia di un uomo che nella sua solitudine trova compagnia in qualcosa che non c’è. Eppure non appare mai una storia fantastica, ma fin troppo vicina a noi, che ci scuote per la paura che possa capitare a chiunque. La banale realtà per cui noi riusciamo a confidarci attraverso uno schermo (o, come in questo caso, un telefono) ma non riusciamo a tirar fuori i nostri malesseri quando di fronte a noi troviamo degli occhi veri, vivi. È il parlare senza guardarsi, senza sapersi, la nostra trincea emotiva.

La domanda che inconsciamente pone il film è: l’amore vero, allora, qual è? Si può amare senza toccare, vedere? Ci può essere amore senza aversi? La vertigine che assale uscendo dalla sala del cinema è dovuta all’esame di coscienza a cui ci ha guidato la storia, le domande che necessariamente ci poniamo pensando a quante volte attraverso i social network il nostro cuore palpita per il “bip” di un messaggio, arrivando all’inevitabile conclusione: ci si può innamorare di sole parole?

                                                                                                                   Camilla Ruffo