Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia e delle Finanze, delinea in due interviste rilasciate a la Repubblica e l’Avvenire un quadro generale dell’economia italiana.

“C’è una recessione lunga, che però si sta attenuando e da cui stiamo gradualmente uscendo. Questa si è aggiunta a due decenni negativi per la produttività e di perdita di competitività. L’Italia non è paragonabile” a Irlanda, Portogallo o Grecia, “è un Paese più complesso, è la seconda economia manifatturiera del Continente. Da noi lo sforzo di aggiustamento di bilancio è stato significativo e lo vediamo nel bilancio pubblico in surplus al netto degli interessi. Il sistema bancario ha dimostrato una tenuta importante. Ma restano gli ostacoli alla crescita, pervasivi, che vanno aggrediti con le riforme”.

Su PIL e debito pubblico, Padoan difende l’operato del Governo: “Noi facciamo ciò che è nei poteri del governo: lo sforzo di bilancio e politiche che sono valutate positivamente dai mercati, come dimostra il calo dello spread” sottolineando che una crescita nominale (del PIL, ndr) così bassa, data da crescita reale negativa e inflazione molto bassa, è un problema in più per la dinamica del debito. Se la crescita nominale fosse più in linea con gli obiettivi della BCE, l’Italia vivrebbe su un pilota automatico. Il nostro surplus strutturale al netto degli interessi, più tassi d’interesse ragionevolmente bassi sul debito e una crescita nominale superiore al 2%, sommando un po’ di crescita reale e un po’ di inflazione, darebbero risultati chiari: il debito sarebbe in calo a velocità più che soddisfacente”, anche se ammette che “sarà difficile” ridurre il debito pubblico.

Importante l’approccio di Padoan alla prossima Legge di Stabilità, che sarà basata su due presupposti: Il quadro macroeconomico è profondamente deteriorato rispetto anche solo a cinque mesi fa, e questo rende più difficile rispettare i vincoli di finanza pubblica; il rapporto del 3% deficit/pil non viene valicato”. Una volta assodato ciò, sarà possibile comprendere i tre pilastri: “Il primo riguarda le riforme strutturali e in particolare quella del lavoro: le altre sono importanti, questa è cruciale. Il secondo è un risanamento favorevole alla crescita, cioè misure volte ad abbattere i costi per le imprese derivanti dal cuneo fiscale sul lavoro, tramite tagli di spesa. Il terzo è un sostegno agli investimenti soprattutto privati, ma non solo, con la semplificazione delle regole, a incentivi che si autofinanziano e altro”.

In merito ai tre pilastri, Padoan ha detto: “La riforma del lavoro va nella direzione giusta. Il nuovo mercato post-riforma offrirà più prospettive di lavoro, più prospettive di investimento e di crescita e soprattutto retribuzioni più elevate. È una soluzione win-win, come dicono in Inghilterra. Abbiamo davanti un’opportunità che va sfruttata subito: in un mercato del lavoro in cui è più semplice entrare per i lavoratori e assumere per le imprese e i contratti sono fissati in gran parte a livello aziendale, ci saranno lavoratori che saranno remunerati per la loro produttività più che in base a un contratto nazionale uguale per tutti. È anche per questo che trovo paradossale il dibattito sull’articolo 18: se si guardano i numeri ci si accorge che i lavoratori impattati sono pochissime migliaia, importanti perché parliamo di persone, ma irrilevanti di fronte all’interesse collettivo. Troveremo risorse per finanziare la riforma del lavoro, ma saranno risorse per difendere il lavoratore più che il posto”.
“La spending review è un esercizio che riguarda il mio ministero, tutti gli altri, ma anche Regioni ed enti locali. Certo prenderà in considerazione anche le tax expenditures, cioè deduzioni e detrazioni. A priori non ci sono voci che non vengono esaminate. Il che non vuol dire tagliare, ma valutare. Sarà una questione di scelte politiche”.
“Renderemo permanente il bonus degli 80 euro, ma lo sforzo per il bilancio pubblico non è irrilevante. Più difficile l’estensione del bonus, anche perché servirebbe un intervento che sia il più semplice e meno iniquo possibile”.

Padoan non perde l’occasione per cercare di placare la solita polemica tra Italia e Germania: “Sono in profondo disaccordo con questa critica, perché vedo in Italia una grande consapevolezza della necessità di fare riforme. Questa non viene dalle scelte della BCE, ma dal fatto che il Paese vede che sta perdendo tempo, opportunità, sta sprecando il suo enorme potenziale. Questo mi incoraggia perché se c’è questa convinzione, poi le riforme si fanno”.

Infine, una chiosa sulle privatizzazioni: “Ogni azienda ha una storia a sé. La questione di ENI che è di dominio pubblico non ha niente a che vedere con la strategia di privatizzazione che, ripeto, è una strategia complessiva. L’obiettivo è abbattere il debito pubblico ma anche trovare un equilibrio ottimale tra l’esercizio dell’indirizzo da parte pubblica e la spinta ad una gestione d’impresa più efficiente”.

Simone Moricca