L’articolo 18 è un ostacolo all’occupazione e le imprese necessitano più flessibilità nel licenziare per poter ripartire“. Questo è quanto si è sentito più volte ripetere dai vari governi, anche precedenti al Governo Renzi. Ma qualcuno ha provato mai a chiedere alle imprese cosa davvero pensano a riguardo? La risposta è sì. I dati sono pubblici (consultabili qui), e sono quelli del Sondaggio congiunturale della Banca d’Italia sulle imprese industriali e dei servizi.

Alle imprese con più di 20 addetti è stato chiesto se fossero interessate a derogare al Contratto Collettivo  Nazionale del Lavoro e, se sì, a quali parti di esso. Ebbene, i dati più recenti ci dicono che nel 2012 solo il 15% delle imprese italiane si è dichiarata interessata. Il dato è in calo rispetto all’anno precedente (dove i Sì erano il 19%). A quanto pare la contrattazione nazionale non è di ostacolo per la stragrande maggioranza delle imprese italiane. Se si va ad analizzare, inoltre, quante imprese sono interessate a rivedere le normative che disciplinano le conseguenze del recesso del rapporto di lavoro (cioè l’art.18 sui licenziamenti) la percentuale diventa davvero molto ridotta: nel 2012 solo il 4% di esse sono interessate all’eliminazione dell’Articolo 18, percentuale addirittura dimezzata rispetto all’anno precedente. Ciò fa capire come le imprese giudichino risibile l’art.18 e quanto poco importante sia una sua riforma. Il 77% delle imprese giudica invece soddisfacente l’attuale assetto di contrattazione collettiva nazionale . Il tutto è inquadrato ovviamente nel contesto di calo occupazionale generalizzato che le stesse imprese denunciano. Questi dati danno pienamente l’idea di quanto le volontà abolizioniste dell’articolo 18 e, più in generale, di riforma dello Statuto dei Lavoratori messe in campo dal Governo siano proposte senza alcuna motivazione di ordine economico e produttivo.

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Fonte: Sondaggio Congiunturale sulle imprese industriali e dei servizi, Banca d’Italia

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Giuseppe Caivano