La Corte d’Assise ha deciso: il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dovrà essere ascoltato in qualità di testimone nell’ambito delle inchieste sulla trattativa fra Stato e mafia. La decisione è stata presa a Palermo dal collegio presieduto da Alfredo Montalto, e fa seguito a quella già stabilita all’inizio del processo, su richiesta della procura.

Dunque, il Presidente Napolitano, che il 31 ottobre scorso aveva reso noto, tramite una lettera inviata alla Corte di Palermo, di non aver nulla di rilevante da riferire, sarà ascoltato dai giudici in un’udienza presso le sale del Quirinale, secondo l’art. 502 del codice di procedura penale che consente l’esame a domicilio agli impossibilitati a comparire in udienza. Un’audizione che la Corte ha definito, smentendo la lettera di Napolitano, né superflua né irrilevante, giudicando, attraverso le parole del procuratore aggiunto Teresi, che “La lettera del Presidente non può essere intesa come sostitutiva della testimonianza del teste: infatti, non esaurisce l’argomento da chiarire così come da capitolato di prova”.

L’udienza si terrà a porte chiuse, alla sola presenza dei giudici, dei pubblici ufficiali e dei legali, rigorosamente vietata al pubblico e agli imputati: pertanto, un collegamento con i nomi illustri sotto processo, da Totò Riina a Leoluca Bagarella, a Bernardo Provenzano, è da escludere del tutto. Restano poco chiari i contorni di questa decisione, ma quel che è certo, invece, è il motivo per cui Napolitano 24691-trattativa-stato-mafiadovrà testimoniare: i pm Di Matteo, Tartaglia e Del Bene vogliono infatti che si renda conto di una lettera, spedita al Presidente due anni fa, dal consigliere Loris D’Ambrosio, che nel periodo compreso tra il 1989 e il 1993 aveva ricoperto l’incarico di Alto Commissario per la lotta alla mafia. Egli confidava il timore “di essere stato considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi”: uno sfogo su cui i pm vogliono vederci chiaro. Napolitano, inoltre, sarà sentito anche su un’altra lettera, quest’ultima scritta nell’aprile 2012, in cui l’ex presidente del Senato Nicola Mancino, che oggi è uno degli imputati sotto processo, esprimeva le sue lamentele al procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito.

Soddisfazione è stata espressa dal pm Di Matteo, all’uscita dell’aula-bunker dell’Ucciardone, carcere di Palermo, in cui si tiene il processo: “Prendiamo atto della decisione della Corte d’Assise che ha ammesso le nostre richiesta. Noi avevamo già illustrato i motivi per i quali ritenevamo pertinente e rilevante la testimonianza del Capo dello Stato Giorgio Napolitano in questo processo, e oggi la Corte d’Assise ha rigettato l’istanza di alcuni difensori di revocare l’ordinanza ammissiva sulla base della lettera che il Capo dello Stato aveva inviato alla Corte”.

Ai giudici di Palermo, ora, il compito di ascoltare gli uffici del Quirinale per determinare la prima data utile al colloquio con Napolitano.

Sulle presunte trattative tra lo Stato italiano e gli esponenti di Cosa Nostra, che vede coinvolti fra gli altri anche l’ex senatore Marcello Dell’Utri, e che sorsero immediatamente dopo la stagione stragista che portò all’uccisione dei giudici Falcone e Borsellino, il pool di giudici e procuratori aggiunti indaga da diverso tempo: la prima udienza si tenne a Palermo nel maggio 2013. Le indagini subirono una brusca battuta d’arresto in seguito al trasferimento del maggiore Antonio Coppola e di numerosi membri della squadra antimafia previsto dalla riforma Castelli del 2007.

Emanuele Tanzilli