Renzi, dalle primarie all’oclocrazia al verticismo

Appare alquanto peculiare il modo in cui Renzi, leader post-moderno di un partito che vorrebbe rifarsi -nelle sue intenzioni ed in quelle di Walter Veltroni, vero e proprio guru politico del buon Matteo- al modello dei partiti americani, ogni giorno che passa forzi sempre più la mano all’interno del Partito Democratico per far accettare le sue linee politiche e programmatiche. Particolare come, in un partito che Renzi professava dover essere aperto e partecipato, il metodo decisionale riguardo la linea del partito non sia affatto plurale come nell’esperienza dei partiti statunitensi, ove il Presidente è spesso costretto a contrattare con i singoli Rappresentanti per evitare il fenomeno del crossing the aisle, del voto contrario alla linea partitica del singolo eletto. Anzi, viene quasi da dire che il modo in cui le decisioni vengono prese, attualmente, all’interno del Partito Democratico sia, per buona parte di esse, non solo molto lontano dal pluralismo statunitense, ma anche dal centralismo democratico normalmente adottato nei partiti nostrani.

La primarite che affligge il PD fin dalla sua nascita, difatti, indebolisce già di per sé il concetto di centralismo democratico, come era stato inizialmente ideato da Lenin, “libertà di discussione, unità d’azione”, discendendo la linea del partito non da un’aperta discussione fra le sue anime politiche ma da un’investitura popolare, secondo la vulgata del “vox populi, vox dei” che allontana il partito dal metodo democratico, avvicinandolo pericolosamente ad un modello oclocratico, dove le decisioni sono prese dalle masse. Ora, il risultato storico dei momenti oclocratici nella vita degli Stati e dei partiti è stato sempre e solo uno: il ritorno a forme di potere personali e monocratiche, in linea con la teoria di Benjamin Franklin per cui un eccesso di moralismo, combinato ad un deficit etico, porta alla dittatura. E cos’è, in fondo, la retorica della rottamazione, la salvifica rivincita delle giovani generazioni post-sessantottine, che nella campagna mediatica di Renzi assume i toni di una divina giustizia in procinto di strappare il potere dall’apparato cattivo e corrotto, se non uno spinto (e strumentale) moralismo?

Inutile dire che il processo di cui sopra, nel Partito Democratico, appare evidente: si è passati dal metodo democratico ad un metodo oclocratico e, infine, ad un metodo verticistico, in maniera quasi repentina. Le ultime primarie per la segreteria nazionale, che hanno segnato la definitiva ascesa dell’astro politico di Renzi, altro non sono state che l’unzione delle masse al leader salvifico, pronto a rivoluzionare -a parole, almeno per adesso- il partito ed il paese. Tanto che, come Bersani non riesce a fare a meno di sottolineare, l’eroe dei due milioni (di voti alle primarie), ormai può permettersi di variare il programma del partito e del governo a suo piacimento, ché l’unto dalle masse, novello Bonaparte, non ha più bisogno dei triti rituali democratici di stampo partitico. Manca soltanto, viene da dire, che il segretario tenti di designare il suo successore ed erede, ed ogni linea invisibile fra il metodo democratico e quello verticistico sarà varcato.

Vi sono, si chiederanno alcuni, possibilità che questo processo sia invertito? Certamente, nella misura in cui il resto del direttorio a capo del quale siede questo Napoleone della Valdarno abbia un sussulto etico, comprenda che, per quanto comoda la posizione del partito nell’attuale Governo, v’è bisogno di riprendere in mano ogni spazio di democrazia disponibile e di farlo fruttare. Oppure, quello che a conti fatti è l’ultimo partito di un certo peso a non conformarsi al modello tutto italiano del partito-azienda, nel giro di due anni, smetterà di fare eccezione.

Nicola Lombardi