NAPOLI- Chiude prima Guida, poi Port’Alba, a breve anche Loffredo. Fnac ha sbarrato le porte, il cinema Arcobaleno ha abbassato la saracinesca, i negozi di dischi ormai sono un miraggio nel deserto. O meglio, nell’oceano: l’oceano di patatine fritte e yogurterie in cui è immerso il popolo napoletano da qualche anno a questa parte.

Allora c’è qualcosa che non va. Perchè Napoli, la città di Matilde Serao, Totò, Eduardo de Filippo, Salvatore di Giacomo, la città dei creativi, degli estrosi, degli artisti lontani da qualsiasi tipo di banalizzazione, ormai ha smesso di leggere, e ha iniziato ad ingrassare. Perchè ormai per vendere libri bisogna circondarli di buffet, attrazioni varie, sconti clamorosi, e allora come biasimare i giovani “imprenditori” se puntano ad aprire ChipStar, ChipKing, ChipStreet o Chipqualsiasialtronomignolo? Tanto, a puntare sulle patatine fritte, non si sbaglia mai.

E la ferita che si crea ogni volta che chiude un centro culturale diviene più profonda al pensiero che, al Sud (a Napoli particolarmente), anche le persone non abituate alla lettura hanno avuto sempre un altro tipo di culto: il cibo. Siamo sempre stati un popolo di “panzun’ ” , ma si mangiava la pizza con la mozzarella, gli spaghetti al pomodoro, la sacrosanta parmigiana di melanzane. LA PARMIGIANA DI MELANZANE! Non abbiamo perso il buon appetito, ma abbiamo anestetizzato il nostro palato. Ci  si ingozza di sushi, yogurt e di quelle stramaledette patatine fritte, rifritte, e fritte di nuovo, grondanti di olio, prive di un sapore autentico, che sì (ve lo devo dire) fanno uscire i brufoli e lievitare l’addome. Avete mai provato a portarle come contorno ai grandiosi pasti domenicali? Semmai doveste farlo, sappiate che non meritate di avere una nonna.

Ammesso – e non concesso – che i libri costano, che c’è il caro affitto, che ormai la possibilità economica è quella che è, e che per lo stesso motivo si punta a vendere porzioni di cibo abbondanti a poco prezzo, ma una città senza libri è senza storia. Storia passata, storia futura. Una casa senza libri è una casa vuota. Una mente senza gli echi dei grandi scrittori è una mente sterile. Il libro è il cibo della mente perchè riempie, ma non sazia mai, si ha sempre fame di sapere, sete di cultura, mentre adesso sembra che tutto si riduca ad una scorpacciata consumata fugacemente su un marciapiede. Cosa vi resta? Dita unte e colesterolo alto.

E alla solita risposta “ma io leggo in ebook!” a qualunque affezionato alla lettura viene spontanea l’obiezione: la cultura non è solo carta stampata. La cultura è entrare in libreria con l’imbarazzo della scelta ed essere guidati dal libraio, che più che un venditore è un amico, è odorare l’odore della carta appena stampata, o quello ancor più sublime della carta vecchia. Umberto Eco scrisse che “il libro da leggere appartiene a quei miracoli di una tecnologia eterna di cui fan parte la ruota, il coltello, il cucchiaio, il martello, la pentola, la bicicletta”. Provate a guidare senza ruote, a mangiare senza coltello, a cucinare senza pentola. Provate ad aprire la mente senza libri. Ardua impresa.

Cerchiamo di capire che un risveglio culturale è l’unica via per riappropriarci nel nostro futuro, altrimenti non lamentiamoci se finiamo a lavorare dal McDonald’s, perchè solo quello ci resta.

E, per quanto riguarda le vostre pance già traboccanti di patatine fritte, sono sicura che – in caso di redenzione – fungeranno da ottimi leggii.

Camilla Ruffo