L’ISIS ha recentemente compiuto un nuovo fatto di violenza inumana nei territori iracheni; anche se in ritardo, i media s’affrettano a divulgare la notizia della nuova vittima giustiziata dallo Stato Islamico: Samira Saleh Al-Nuaimi, colpevole di aver espresso la sua idea sui social network in merito alle “barbariche” distruzioni di luoghi di culto come templi e moschee, che occupavano un tempo il suo territorio. La donna, avvocato difensore dei diritti umani di realtà civili minoritarie, è stata imprigionata e torturata veemente per cinque interi giorni, per poi essere giustiziata pubblicamente a colpi di fuoco, il 22 Settembre nella piazza di Mosul.

Gli attentatori oramai in veste di protagonisti guerrieri, pronti a sconfiggere ogni ideologia con armi di odio e intolleranza, hanno riportato che le cause di questa uccisione sono state determinate dall’apostasia. Per coloro i quali in questo periodo non hanno ben compreso le cause della minaccia bellica che rappresenta la Jihad, la parola apostasia può risultare poco conosciuta: questo è un considerevole reato non concesso dalla religione musulmana. Lo stesso testamento di fede, il Corano, rappresenta l’apostasia, ossia l’abbandono della propria fede nascitura, come un crimine che deve essere penalmente scontato, se non in vita, quantomeno dopo la morte, e attraverso la pratica del dolor tortuoso.

L’attivista Samira è stata deturpata in nome di questo scempio che rammenta quanto estremo sia l’atto d’intolleranza musulmana che sta avanzando in oriente per mano della Jihad, nonostante nel libro della fede islamica non sia esplicitamente dichiarata una punizione da infliggere durante la vita terrena. Ciò tuttavia non ferma l’avanzare di quest’ideologia atipica, in quanto l’ISIS con questo nuovo attentato mostra come i complotti religiosi siano univocamente destinati a divenire delle battaglie da appoggiare politicamente.

Questo precetto religioso è stato anche la prediletta causa storica a cui susseguì, a seguito della morte di Maometto, la “guerra della Ridda” coordinata dal califfo Abu Bakr per ripristinare lo stato di unità religiosa. Con ciò, ad oggi, si delinea l’incapacità musulmana di convertire la propria concezione religiosa in una questione d’esistenziale praticità laica.

Purtroppo, secondo un rapporto dell’ONU, tra le vittime più comuni considerate dall’ISIS apostate rivediamo giovani donne coraggiosamente istruite, che decidono di non sottomettersi se non ad un’idea; tra queste la stessa Samira che non aveva ceduto alla costrizione di un pentimento riguardo le sue dichiarazioni.

La notizia della sua morte, arrivata in ritardo, è stata rilasciata dal responsabile della missione dell’ONU a Baghdad, Nikolay Mladenov, poi successivamente confermata dal Centro per i diritti umani del Golfo, che pronuncia l’accusa di un crimine contro l’umanità.

Come vediamo, ancora una volta l’ISIS colpisce coloro i quali sono mediatori di una comunicazione rapida e di sostentamento alle minoranze abbandonate: le esecuzioni mostruose dello Stato Islamico, infatti, mirano alla deturpazione della vita di coloro i quali mostrano scenari di guerra, povertà e razzismo attraverso l’inchiesta giornalistica, civile o volontaria; e rilanciano un messaggio d’oscurantismo all’Occidente, minacciando il diritto alla diversità di pensiero e alla tolleranza. Ancora una volta, un giovane corpo che incarna la giustizia non avrà la pace di riposare nella propria terra, poiché ai familiari della vittima non è stato concesso neanche una veglia funebre col corpo dell’attivista, lasciato sul ciglio di una strada di calunnie e infamia.

Alessandra Mincone