Solo quest’anno migliaia di migranti, molti dei quali africani, sono morti cercando di arrivare in Europa. Le notizie di naufragi ed annegamenti durante i pericolosi “viaggi della speranza” sono diventate familiari e ripetitive.

Cosa può essere fatto per evitare nuove tragedie? Finora, abbiamo avuto l’impressione che il problema sia da considerarsi esclusivamente europeo: dopotutto sono le frontiere dell’Europa quelle sotto assedio. Tuttavia, questo significherebbe assolvere l’Unione Africana da ogni responsabilità nei confronti dei propri confini e cittadini, liberandola troppo facilmente.

Le società africane sono orgogliose di loro stesse per il loro rispetto per la cultura, la vita familiare e la comunità in generale. Le azioni degli individui sono considerate uno specchio delle loro famiglie e delle comunità dalle quali provengono. Se uno si dimostra essere un ladro, questo è un fatto vergognoso non solo per i suoi genitori ma anche per la sua comunità. Ci si aspetta che la sua famiglia assuma la piena responsabilità per le azioni di lui e si proponga di fare qualcosa per rimediare. Similmente, enfatizziamo sempre il nostro senso di fratellanza e solidarietà con i nostri compatrioti africani.

È comunque difficile riconciliare tutto ciò con la parvenza di indifferenza dell’Unione Africana rispetto alla crisi migratoria. Cosa sta facendo esattamente per mettere in sicurezza i propri confini ed evitare che i trafficanti trasportino migliaia di migranti fuori dal continente, spesso verso le loro morti? Cosa sta facendo per incoraggiare quegli africani che si sentono forzati ad abbandonare i loro Paesi, o che sono esiliati, a scegliere destinazioni africane e non europee? La risposta è non molto.

È vero che molti Paesi africani hanno i propri problemi da affrontare, ma quale nazione non ne ha? La migrazione illegale verso l’Europa forza la pazienza e le risorse delle nazioni che ricevono gli sbarchi, diminuendo di molto la probabilità che anche i migranti africani che sopravvivnon alla traversata saranno trattati bene al loro arrivo. Questa dovrebbe essere una preoccupazione dei leaders africani.

All’Unione Africana si richiede un approccio più attivo per eradicare queste operazioni di traffico di esseri umani. C’è bisogno di fare di più per rendere il rifugio in Africa attrattivo agli occhi degli africani stessi e di lavorare a stretto contatto con l’Unione Europea per risolvere il problema della migrazione illegale. Lo “spirito di solidarietà africana e cooperazione internazionale” contenuto nella sua convenzione sui rifugiati del 1969 deve essere concreto, e non solo dichiarato.

L’Unione Africana ha dichiarato un giorno di lutto dopo la tragedia di Lampedusa dell’ottobre 2013. Fu detto che l’incidente doveva servire come sveglia per tutti gli africani “per riflettere sulle azioni appropriate da adottare con uno sguardo a cercare una soluzione durevole a questo problema persistente che porta alla perdita di giovani africani senza i quali il continente non può costruire un futuro prospero e pacifico”. L’Unione Africana dovrebbe prestare più attenzione alle proprie dichiarazioni. Ma, al di là delle parole, dovrebbe battersi per creare le condizioni necessarie perché gli africani vedano il proprio continente come un porto sicuro.

Non si può negare che finché l’Europa rimane un’esca invitante per gli africani in cerca di una vita migliore, un viaggio illegale e pericoloso sarà ugualmente considerato ben valevole del prezzo. L’ideale, tuttavia, non può essere nemico del bene. Potrebbe essere irrealistico immaginare che la migrazione illegale sia sradicata, ma l’Unione Africana ha una responsabilità di fare di più per limitare drasticamente il fenomeno e le tragiche morti ad esso associate.

Il fatto che i migranti africani tendano a cercare rifugio in Paesi che hanno un sistema di diritti umani ben sviluppato accentua solamente il fallimento dell’Unione Africana. Incrementare la sicurezza dei confini dell’Europa non dovrebbe essere solamente un rompicapo dell’Unione Europea. I leaders dell’Africa hanno la responsabilità di lavorare verso la soluzione di un problema che hanno contribuito a creare in prima persona.

Simone Moricca

L’articolo originale è di Sede Alonge, avvocato e scrittrice nigeriana, pubblicato sull’edizione odierna del quotidiano britannico The Guardian. Può essere trovato a questo link.
Il traduttore spera di essere stato puntuale nel riportare i concetti espressi dall’inglese all’italiano, e si scusa fin d’ora per eventuali errori nella traduzione.