La pubblicazione da parte del Fondo Monetario Internazionale di un working paper ad opera di Nadége Jassaud a riguardo è l’occasione per riflettere in maniera più ampia sulla governance degli istituti bancari italiani. Le fondazioni bancarie sono gli enti sorti dalla privatizzazione del settore bancario italiano ai quali sono state affidate le funzioni di diritto pubblico prima riconducibili alla banca.

La Fondazione quindi dovrebbe reinvestire gli utili derivanti dalla quota di proprietà dell’Istituto, in attività per lo sviluppo sociale della collettività cui fa riferimento, trasformandosi di fatto in un’organizzazione priva di scopi lucrativi. Ad oggi, secondo i dati del Ministero della Finanza e dell’ACRI (Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio SpA), 35 istituti, detentori del 23% delle attività bancarie, sono di proprietà delle Fondazioni per quote superiori al 20%.

In Unicredit Group, tra i principali gruppi bancari d’Europa, le tre fondazioni più importanti detengono il 9% delle azioni ordinarie, riuscendo a nominare, con l’aderenza a sindacati di voto, l’80% dei consiglieri; in Intesa Sanpaolo, sesto gruppo economico italiano per fatturato, 5 fondazioni, detenenti il 25% delle azioni ordinarie, riescono a nominare una quota simile di consiglieri nel Consiglio di Sorveglianza; nel terzo gruppo bancario italiano, Banca del Monte dei Paschi di Siena, la fondazione era capace, almeno fino a Luglio 2013, di avere il pieno controllo dell’Istituto tramite l’effetto combinato dei diritti derivanti dalle proprie azioni e l’appoggio di due gruppi di azionisti stranieri.

Le Fondazioni bancarie, attraverso un sistema di partecipazioni incrociate, hanno una significativa influenza sul sistema finanziario italiano e complessivamente sono il secondo azionista di Cassa Depositi e Prestiti.

Molte fondazioni registrano strutturali deficit operativi, dato che la loro profittabilità è stata fortemente penalizzata dalla depressione dell’attività bancaria, mentre i costi operativi hanno continuato a crescere, l’indebolimento della posizione finanziaria di un gran numero di fondazioni bancarie è fonte di preoccupazione, in quanto alcune non sarebbero capaci di provvedere al supporto del sottostante istituto qualora le circostanze lo richiedessero.
Al contrario di quanto previsto dalla legge 461/98, che richiede una diversificazione dei loro impieghi, alcune grandi fondazioni hanno portafogli pesantemente concentrati nella loro “banca originaria”, che in determinati casi raggiungono proporzioni superiori al 90% dell’attivo. Questa concentrazione ha aumentato la rischiosità dei loro portafogli, aumentando la pressione sull’Istituto al fine di generare maggiori utili con i quali sostenere la fondazione.

Ultima fonte di rischi per l’attività bancaria, derivante dall’attuale assetto della governance, deriva dalla forte influenza che la politica riesce ad esercitare sulle fondazioni e di riflesso sugli istituti, impedendone la corretta e prudente gestione. Citando una ricerca di Mediobanca, il FMI sostiene che più della metà dei consiglieri delle fondazioni sono eletti dagli enti locali (Comuni, Province e Regioni) cui fa riferimento la fondazione, mentre un altro 21% è nominato dai membri eletti. Casi esemplari sono i consigli d’amministrazione della fondazione MPS e della fondazione Cariplo (Intesa), che secondo studi accademici rispettivamente al 60% e al 55% sono di nomina politica.

I rimedi del FMI a questa situazione sono elencati alla fine della pubblicazione e riguardano un ulteriore riforma della corporate governance, con un rafforzamento della regolamentazione delle nomine e la predisposizione di strumenti di valutazione della correttezza del comportamento dei dirigenti, che andrebbero scelti tra quelli incapaci di porre in essere conflitti d’interesse. Alle fondazioni che controllano i tre principali gruppi bancari italiani, andrebbero imposte la pubblicazione di bilanci verificati da soggetti terzi, la definizione di un limite certo al loro grado di leva finanziaria e di adatte regole di gestione. Infine andrebbe applicato il divieto di controllo degli istituti da parte delle fondazioni che, nel tempo, dovrebbero ridurre la propria presenza all’interno della banca e definire appropriati limiti di concentrazione.

Marco Scaglione