La coalizione internazionale, messa in piedi dagli Stati Uniti d’America, contro lo Stato Islamico sta cominciando a dare i suoi frutti: dopo i bombardamenti franco-americani sia nel nord Iraq che nella provincia di Raqqa, roccaforte dei jihadisti dell’autoproclamato califfato, l’Isis comincia ad arretrare.

Se l’intervento internazionale in Iraq ha riscosso quasi unanime consenso, non si può dire lo stesso per le prime operazioni in territorio siriano. Qui, infatti, emergono tutti i limiti di una colazione messa in piedi sull’onda emotiva e non sulla base di un chiaro e preciso progetto politico con tanto di exit strategy. <<Gli Usa ci hanno informato, con una lettera inviata direttamente dal segretario di Stato John Kerry>> ha dichiarato un portavoce del governo siriano. Forte la smentita del Dipartimento di Stato americano. La Russia, dal canto suo, ribadisce che per portare avanti i raid in Siria bisogna avere il consenso di Assad, stringendo anche una sorta di alleanza. Dello stesso avviso è il presidente iraniano, Rohani, che condanna l’operazione definendola: <<un attacco alla Siria>>. In realtà, Teheran è già operativa militarmente in funzione anti Isis in Iraq e in Siria ma non in modo coordinato con l’Occidente.

L’Iran non fa parte della coalizione, anche se vorrebbe essere partecipe: gli Stati Uniti ed i propri alleati non ne vogliono sapere, perché accettare l’aiuto iraniano significherebbe cedere sul nucleare a scopo militare, posizione fortemente osteggiata dal premier israeliano Netanyahu.

Israele preferisce tenere un profilo “nascosto”, agendo tramite i propri servizi segreti e la diplomazia. Infatti, con quest’ultima, Tel Aviv sta facendo pressioni su alcuni paesi arabi (Giordania, Arabia Saudita, Barhein, Emirati Arabi Uniti e Qatar) affinché riconoscano di combattere contro lo stesso nemico, distogliendo, così, le attenzioni di questi paesi, soprattutto Emirati Arabi, Giordania e Qatar, dalla causa palestinese.

Gli Stati della penisola arabica sono di fondamentale importanza per la coalizione internazionale: si occuperanno di finanziare le costose operazioni e daranno supporto logistico agli aerei ed alle navi militari occidentali. Un’ottima occasione per riabilitare la posizioni di emiri e sovrani agli occhi del mondo intero dopo le primavere arabe represse, nonché per dimostrare l’importanza geostrategica di paesi come Giordania, Qatar e Bahrein, considerati poco tempo fa come attori minori del sistema internazionale.

Grande assente voluto è la Turchia. Erdogan sta giocando allo scaricabarile: non vuole contrastare direttamente il califfato per paura che la regione autonoma del Kurdistan acquisti troppo potere contrattuale per rivendicare la propria indipendenza. Infatti, ha negato l’autorizzazione all’uso della base di Incirlik a fini logistici. Il presidente turco ha dichiarato che Ankara fornirà solo assistenza umanitaria e logistica alla coalizione internazionale contro lo Stato islamico, rifiutando l’ipotesi di un intervento militare. Tuttavia, a fronte di un aumento del flusso dei profughi curdi proveniente dalla Siria, ha poi chiuso le frontiere.

I paesi europei dimostrano, ancora una volta, di non parlare ad un’unica voce ma portando avanti un disegno politico autonomo: la Gran Bretagna fornisce supporto logistico e vorrebbe intervenire al fianco degli Stati Uniti, ma Cameron è preoccupato di scontentare l’opinione pubblica inglese; la Germania ha dichiarato di rifiutare qualsiasi partecipazione al di fuori delle Nazioni Unite; l’Italia, oltre ad armare i curdi, fornirà addestratori militari e supporto logistico; la Francia continua il suo protagonismo nel Medioriente, partecipando attivamente ai raid aerei. Insomma, altro che politica europea ad una sola voce: l’Unione Europea conferma di essere un nano politico ed un verme militare.

La situazione è caotica. Nel Medioriente non esiste uno stato egemone, ma tanti piccoli egemoni regionali, desiderosi di massimizzare le proprie ambizioni. Turchia, Israele, Iran, Arabia Saudita e Giordania cercano di approfittare della debolezza dell’Iraq, della frantumazione della Siria e della crisi economica egiziana per guadagnare posizioni nel sistema internazionale. In questo contesto, i sunniti più radicali hanno proclamato la nascita di un califfato per riunirsi sotto un’unica bandiera, creandosi uno spazio politico ed economico. Ecco perché i raid si concentrano sui pozzi petroliferi controllati dallo Stato Islamico. Ma non basterà.

Bisogna trovare una soluzione politica in Iraq per riavviare il processo democratico, ma, soprattutto si deve uscire dal pantano siriano: come sconfiggere l’Isis nel proprio territorio di nascita senza supporto della fanteria? E la fanteria deve agire per forza con il consenso del governo di Assad: ciò significherebbe riabilitare il regime alawita, una posizione che la Nato sembra proprio non voler prendere in considerazione.

Marco Di Domenico