Nell’ottobre del 1949 Gabriel García Márquez,  il Nobel colombiano venuto a mancare lo scorso 17 aprile, compiva i suoi primi, incerti passi come giornalista.

Un pomeriggio apparentemente come tanti il suo caporedattore, Clemente Zabala, gli affida svogliato il compito di redigere un articolo sulle cripte funerarie del secolare monastero di Santa Clara, che venivano proprio in quei giorni svuotate.

Il giovane Gabriel si reca sul posto, restando ingenuamente sbalordito dal “primitivismo” del metodo attuato dagli operai nell’infausto lavoro e dai numerosi cumuli di ossa “riscaldati dall’inclemente sole di ottobre”.

D’un tratto, un colpo secco di piccone fa saltare in pezzi una delle lapidi, e da essa si sparge insolente nella cripta una lunghissima, intensa chioma rosso rame.

Il capomastro, dedito a supervisionare i lavori, osserva distrattamente che i capelli possono continuare a crescere di un centimetro al mese dopo la morte; al giovane fantasioso Gabriel questa spiegazione non basta.

Subito nella sua vivace, geniale mente si intrecciano antiche corrispondenze e atavici ricordi, e tra le immagini evanescenti che gli scorrono davanti agli occhi si insinua la voce dolce di sua nonna a raccontargli, nella sua lontana infanzia ad Aracataca, la leggenda di una marchesina di dodici anni dalla chioma lunga e fulva, morta di mal di rabbia in seguito al morso di un cane e venerata per i suoi miracoli nei paesi caraibici.

In quel lontano giorno d’ottobre ha origine “Dell’amore di altri demoni”, romanzo sorprendente e inquieto, la cui idea in nuce è gelosamente preservata negli anni dallo scrittore e che vede le stampe solo mezzo secolo dopo, nel 1994.

Il racconto, ambientato, naturalmente, in Colombia, ai tempi dell’Inquisizione spagnola, narra l’amara e enigmatica storia di una marchesina dai capelli fulvi, che reca il nome importante e musicale di Sierva Maria de Todos los Angeles, e del suo assurdo e impossibile amore con un giovane prete, Cayetano Delaura.

I due si incontrano in una inusuale, inquietante condizione: lei rinchiusa in un convento sotto l’accusa di essere indemoniata, lui spaventato e pudico esorcista.

Le vite dei due, delicate e avvolte in un mistero ostinato, si intrecciano lente e inesorabili sulla scia del loro difficile passato.

Lei, figlia indesiderata di un marchese apatico e di una contrabbandiera avida di uomini e di denaro, ignorata dal padre, odiata dalla madre, cresce libera e selvaggia in mezzo alla servitù, imparando svelta e sicura “le lingue d’Africa”, i riti yoruba, il silenzio caparbio, la sinuosità invisibile per le stanze di casa.

A dodici anni il morso di un cane rabbioso e il degenerare di terribili sintomi, nonostante il padre, scosso da un improvviso, sconosciuto moto d’amore, aveva in precedenza tentato di farla curare da un famoso medico negromante, portano la bigotta mentalità del vescovo a costringere i genitori a farla rinchiudere in convento, figlia di Satana più nel rosso dei suoi capelli che nella realtà della sua povera spaventata anima. E Cayetano,  trentaseienne vissuto tra i libri polverosi ed il pudore, la fresca pietra delle chiese e la repressione serafica di ogni impulso del cuore, mandato a esorcizzarla, arriva a conoscere con lei la “torbida materia” del suo spirito e lo strazio violento e senza fiato del peggiore dei demoni: l’amore.

Fedele alla disperazione meravigliosa e alla fantasia insolente del realismo magico, genere di cui è pioniere, Márquez in poco più di cento pagine traccia un’angosciante, perfida e spaventosa parabola ascendente dell’amore, dalla sua genesi travagliata e invano soffocata alla sua brusca, devastata conclusione, passando per un climax testardo d’intensità distruttiva. A fare da terreno fertile per questa demoniaca, scarlatta pianta che è l’amore una cultura sudamericana di riti e sangue, enigmi e odio, superstizione e rabbia, blasfemia e religione – quella stessa incomprensibile e affascinante cultura che Gabo ha, da sempre, e continuerà, per sempre, a raccontare senza omissioni.

Beatrice Morra