Il protocollo farfalla esiste, e ne abbiamo le prove documentate”: queste le dichiarazioni risalenti a Luglio dal vice presidente della commissione antimafia, Claudio Fava, dopo il convegno di commemorazione per le stragi italiane di via D’Amelio. Ad oggi, il procuratore generale Roberto Scarpinato inonda di luce nuovi risvolti oscuri riguardanti un mondo che sembrava mediaticamente estraneo alla democrazia italiana; e sotto processo, ancora una volta, cade Mario Mori, che dal 2001 al 2006 ricoprì la carica di direttore Sisde, garante del compito di riservatezza per la sicurezza nazionale, e che fu già assolto con un’accusa di primo grado per aver permesso la latitanza del boss siciliano Bernardo Provenzano.

Il documento sopracitato “Farfalla” fu elaborato nel 2004 insieme alla collaborazione del dipartimento di amministrazione penitenziaria. E grazie alla raccolta di nuovi elementi d’accusa, i pm Scarpinato e Patronaggio sono riusciti a comprovare l’attività d’intelligence di cui era a capo Mori, svolta in una segretezza d’azione pari al suo grado di illegalità, che sembra essersi definita nell’inconsapevolezza delle regole di magistratura. La procura generale afferma che l’uomo “ha sempre mantenuto il modus operandi tipico di un appartenente a strutture segrete, perseguendo finalità occulte, e per tale motivo ha sistematicamente disatteso i doveri istituzionali di lealtà istituzionale, traendo in inganno i magistrati.

I documenti mostrerebbero una trattativa compromettente effettuata dai servizi di informazione e tutela nazionale che, aiutati da esponenti degli organi carcerai, hanno operato con alcuni dei più incisivi boss criminali: tra questi uno dei sicari della morte di Borsellino, Cristoforo Cannella, insieme agli altri mafiosi Vincenzo Buccafusca, Salvatore Rinella, Giuseppe Maria di Giacomo; ancora uno ‘ndranghetista Angelo Antonino Pelle e i camorristi Antonio Angelino e Massimo Clemente.

Secondo l’accusa, questi nomi sono stati ricompensati profumatamente per alcune dichiarazioni misteriose; non se ne conosce il riscontro economico, sebbene è stato rivelato che le somme di denaro, provenienti dai fondi riservati dei Servizi, siano state direttamente direzionate ad amici e parenti di coloro i quali informavano l’intelligence.

“Il punto critico del protocollo è la mancanza di un controllo da parte della magistratura” afferma Luigi Patronaggio. Questi patti stipulati, com’è ovvio che sia, sono stati celati alla magistratura e alle regole di sicurezza che servirebbero per garantire il corretto svolgimento del lavoro dei collaboratori penitenziari, tra i corridoi di massima sicurezza del regime 41 bis. Ma grazie all’intervento del premier Renzi che ha detratto il segreto di stato dal protocollo, adesso il progetto fantasma non è più racchiuso in un accordo tra Sisde e l’amministrazione penitenziaria, bensì servirà allo studio di una proficua indagine, intenta a mostrare nuovi risvolti per la sentenza di condanna dell’ex direttore, che a sua volta cerca una difesa legale superflua da Basilio Milio e Enzo Musco, i quali affermano “è un tentativo di rivisitare la storia d’Italia.

Alessandra Mincone