François-René de Chateaubriand in un dipinto di Anne-Louis Girodet de Roussy-Trioson
François-René de Chateaubriand in un dipinto di Anne-Louis Girodet de Roussy-Trioson

Levatevi ora, tempeste anelate che dovete trasportare René negli spazi di un’altra vita! Così dicendo, camminavo a grandi passi, il viso in fiamme, il vento sibilante tra i capelli, senza sentire né pioggia, né brina, incantato, tormentato, e come posseduto dal demone del mio cuore.”

(«René»)

Vaghe forme di pensiero si condensano all’orizzonte in limiti di foreste immaginarie, estasi e tormenti scandiscono il divenire dei giorni, assumono lo spazio, espandono il tempo, creano la natura, forma, colore e suono, dipingendovi il paesaggio dell’anima e popolandolo di simboli e miti, dove sentieri esili e ardui sono tracciati, ritorti e scissi dalle passioni che controcantano e che, in ultimo, riecheggiano la ricerca interminabile dell’assoluto.

In una prosa lirica ampia, elegante, cesellata in ogni singolo termine eppure piana e scorrevole, François-René de Chateaubriand (Saint-Malo, 1768 – Parigi, 1848), figura chiave del Romanticismo francese, fa muovere i propri personaggi e costruisce tessuti narrativi intensi, in cui la natura, il divino e l’anima personale, tormentata ed esiliata, trovano un luogo interiore in cui riunirsi, abbracciarsi, fondersi l’una nell’altra e, spesso, specchiarsi in preparazione di un ritorno dell’uomo alla sua vera origine: l’Infinito.

Chateaubriand trascorre l’infanzia in Bretagna, in una famiglia della nobiltà di spada, nel castello di Combourg. Stringe un legame intenso con la sorella Lucile, fino al momento in cui la passione del viaggio non lo allontana. Visita l’America ma, alla notizia dell’imprigionamento del re Luigi XVI, ritorna in patria e si unisce all’esercito legittimista. È ferito in battaglia e sua moglie, Celeste, arrestata. Di lì a poco, il fratello e la cognata saranno ghigliottinati. Esule a Londra, Chateaubriand tornerà in Francia solo nel 1800, vivendo con la moglie e la sorella a Combourg. Nel 1801 compone «Atala», romanzo lirico in parte ispirato dal suo viaggio oltreoceano: la storia di un tragico amore tra una giovane cristiana dei Natchez, nativi americani, e Chactas, appartenente ad un popolo nemico che avrà da lei salva la vita. La potente, per quanto imprecisa, vena visionaria del testo preannuncia il vigore con cui la religione può forgiare, salvare o, se mal compresa, distruggere vite. Una spinta interiore intensa e implacabile, la più autentica cui il cuore dell’uomo possa volgersi.

L’anno successivo il romanzo è ripreso e integrato nella più ampia opera il «Genio del Cristianesimo», in cui il Cattolicesimo è riscoperto e analizzato meno filosoficamente che storicamente, esteticamente, moralmente. È la sua intrinseca coerenza – la sua “bellezza” – a dichiararne la natura divina e immutabile; sono le testimonianze appassionate e vibranti dei suoi martiri, le visioni dei mistici, la grandezza dell’arte, a rendergli testimonianze sempre più alte. Chateaubriand, che inscrive nella natura l’interiorità ricreandola, tessendola e tracciando paralleli che seguono logiche sottili e che legano l’anima al mondo in corrispondenze e rimandi continui, procede per analogia, mito, simbolo. Le antiche mitologie adombrano il vero che pulsa costantemente nel cuore dell’uomo con la loro forza evocatrice; il Cristianesimo è un mito vero, mai conclusosi e che, sempre rinnovandosi, ha sostenuto il cammino dell’umanità. In particolare, nel Medioevo ha trovato piena voce e vita dopo la dissoluzione di un ordine amorale.
Nell’opera è incluso un secondo romanzo lirico, «René», che segnerà profondamente per le sue atmosfere ed i suoi temi il movimento romantico. Appena velato dal filtro del protagonista è rappresentato il sentimento, casto ma fortissimo, che lega l’autore alla sorella. Nel romanzo, Amélia, sorella del giovane René, presa consapevolezza del suo sentimento, si ritira in monastero, mentre il ragazzo vaga, inquieto, preda dei propri demoni e delle proprie nostalgie, cercando nell’Assoluto la risposta ad un’infelicità che “non essendo in nessun luogo, è ovunque”. Percorrendo l’abisso della disperazione esistenziale, che lo spinge fin sull’orlo del suicidio, è salvato dall’incontro con un sacerdote che lo guarisce mostrandogli un’autentica, solida, vita cristiana, piena di luce e di gioia.

L’ambivalenza del testo è emblematica. Da un lato, la tensione verso una sensibilità esasperata e l’appassionata ricerca dell’assoluto rientrano a pieno titolo nella poetica dell’autore; dall’altro, la chiamata ad un’esistenza d’impegno e di consapevolezza è esemplare dell’ideale di Chateaubriand nell’arte e nella quotidianità.
Nella vita reale, i due fratelli si allontaneranno l’uno dall’altra; Lucile, più che François, sentirà per sempre il peso della perdita.
Nelle «Memorie d’Oltretomba», pubblicate nel 1848, Chateaubriand, nella prosa lirica sempre più limpida che lo contraddistingue, rievoca con nitore e incanto la figura della sorella, morta a soli quarant’anni.
D’altro canto, giunge a rinnegare «René» “non lo scriverei più”, ammette. Il sentimento d’inquietudine, di smarrimento dinanzi al sublime, di disperazione, ha forgiato un’era; non così la lezione morale.

Nel luglio dello stesso anno, Chateaubriand muore a Parigi, acclamato come il più grande autore del suo tempo.

Davide Gorga