(prima parte qui)

Riprendendo in mano le opere dei filosofi dell’ antica Grecia è facile trovare in questi una coscienza del progresso della conoscenza, ed una certa audacia pionieristica nell’anticipare temi che la scienza riprenderà solo molti secoli dopo.

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I Romani, invece, pur offrendoci una nutrita schiera di personalità di indubbio interesse,ebbero sempre una particolare venerazione per l’autorità e la tradizione, ed una certa avversione per i cambiamenti che non fossero in accordo con i costumi tramandati dagli antenati.

Il mos maiorum è stato il nucleo dell’etica romana. In una società patriarcale come quella romana, la tradizione è il fulcro ed il pilastro su cui si fondano i valori in cui i Romani credevano e che hanno portato avanti. Essi guardavano quindi al progresso con sfiducia e mancavano di fede in questo.

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I Romani furono devoti al culto della personalità degli autori della tradizione passata, e soprattutto attinsero a piene mani  dalla produzione letteraria della civiltà greca.

La summa delle conoscenze scientifiche appartenenti a questo popolo è rappresentata dalla Naturalis Hystoria , trattato naturalistico ad opera di Plinio il vecchio, che costituisce un’ enciclopedia di straordinario valore: essa tratta ampiamente e con precisione di tutte le branche del sapere di quel tempo.

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Quello di Plinio è essenzialmente un lavoro di compilazione: le notizie sono prese da altre opere,  e non verificate, ed anche se affianca nozioni fantastiche ed irreali a quelle dotate di fondamento scientifico, l’opera risulta importantissima in ognuno dei 37 volumi che la compongono, in quanto raccoglie tutte le concezioni sulla natura e lo scibile umano del mondo antico. Fu un trattato di tale portata, che fino in epoca rinascimentale fu considerato un testo di assoluta importanza.

È interessante la visione stoica della natura e del divino presente nello scritto pliniano: gli dei sono presentati con vizi e difetti dell’uomo, e la loro provvidenza è messa in dubbio. Inoltre la razza umana è immersa nella miseria e nella rovina.

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Plinio enumera al principio dell’opera tutte le sue fonti; e non sorprende che, a fianco di 150 scrittori latini, compaiano ben 327 nomi di autori greci, a sottolineare quanto la cultura romana debba a quella ellenica.

Un’eccezione alla tendenza romana di disdegnare le innovazioni in campo scientifico/culturale è rappresentata da Tito Lucrezio Caro.

Poeta della cui vita di sa poco( probabilmente era campano, e visse tra il 98 ed il 55 a.C.) , egli fu sostenitore dell’epicureismo, filosofia a quel tempo osteggiata dall’élite scipionica e da Cicerone.

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Per divulgare la disciplina di cui si fece portavoce a Roma,Lucrezio scelse la forma del poema epico-didascalico ( forma letteraria verso la quale lo stesso Epicuro si era mostrato avverso) .

Il titolo rimanda subito alla dottrina del maestro: De Rerum Naturae riprende infatti il Περὶ Φύσις di Epicuro. Esso si articola in tre diadi. Nei primi quattro libri, che seguono all’inno a Venere che apre l’opera, Lucrezio descrive i fondamenti della disciplina epicurea: nascita e morte sono viste come un processo di continua aggregazione e disgregazione di minuscole particelle indistruttibili, infinite ed immutabili, gli atomi, che compiono movimenti spontanei e imprevedibili(clinamen) in un universo costituito da materia illimitata e che si espande muovendosi nel vuoto.

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Negli ultimi due libri il poeta tratta di cosmologia: nel quinto espone l’origine del nostro mondo e ne decreta la mortalità; nel sesto ed ultimo ( ma probabilmente il poema è incompleto )vengono descritti scientificamente dei fenomeni naturali da sempre attribuiti agli dei,qui invece estromessi (per gli epicurei essi vivono negli intermundia,tra cielo e terra,lontani dagl’uomini ) .È in questa diade che possiamo trovare tracce di pre-evoluzionismo.

Nel De Rerum Naturae è presente l’idea di progresso:il moto degli atomi continua a modificare il cosmo,in equilibrio dinamico;dopo la disgregazione si avrà una nuova aggregazione.Lucrezio descrive l’origine del mondo,raccontando di come la madre terra generò le specie animali a noi note ( mortalia saecla ), ma anche i portenta, forme di vita strane e destinate ad una veloce estinzione ( ciò ricorda l’idea dei mostri promettenti elaborata dalla paleontologia moderna) .

La natura impedì agli organismi meno adatti di assicurarsi una discendenza, mentre a quelli più dotati fu permesso di continuare ad esistere, in una lotta per la sopravvivenza che sembra anticipare quella raccontata da Darwin quando descrive la selezione naturale mediata dall’ambiente. Nel poema lucreziano inoltre, le specie non compaiono tutte allo stesso momento(come sostennero invece i creazionisti ed i fissisti ) .Le specie, col passare del tempo, interagendo con l’ambiente, vanno incontro a cambiamenti.

E proprio da questi cambiamenti potevano originarsi nuove specie. Lucrezio,a sostegno della teoria di questo trasformismo biologico, narra l’evoluzione dell’uomo, da bestia errabonda ad animale sociale.

Il poema di Lucrezio, quindi, continua a dare spunti interessanti, offrendo un punto di vista all’avanguardia rispetto all’epoca in cui visse.

Lorenzo Di Meglio

Bibliografia 

Gian Biagio Conte, Emilio Pianezzola – Corso integrato di letteratura latina 2. L’età di Cesare – Le Monnier

Sitografia

www.academia.edu/982250/Lucrezio_e_levoluzione

www.minerva.unito.it/Natura/Lezioni/Lezione%205%20Plinio%20e%20la%20cultura%20romana.pdf