Accadono notti che l’uomo stranito, in mano la valigia e negli occhi l’America, d’improvviso realizzi perché ha senso restare. Poiché quando – in quel caos ordinato di progetti d’evasione, luoghi e parole che riempie oggi la testa di ogni giovane dai venti ai quarant’anni – giunge inaspettata la nota vibrante e dialettale di un richiamo lungo, cantato, addolorato, che parla delle nostre origini e ci dà del tu senza permesso, una voce dal petto d’improvviso si leva e dice: è qui la tua casa.

E’ questa dunque la suggestiva e non ordinaria esperienza di cui son stati testimoni gli uomini e le donne che nella notte di giovedì 25 settembre hanno presenziato, partecipando, alla rappresentazione di “E Zézi -Gruppo operaio”, il gruppo storico di musica popolare campana legato tanto al mondo operaio quanto alla tradizione.

Gli “E ZeziGruppo operaio” – il cui nome deriva da  “zezi”, termine con cui si designavano i teatranti di strada che sin dai primi anni ’50 giravano per i paesi vesuviani rappresentando per il Carnevale la Canzone di Zeza, una commedia cantata che vede uno smargiasso Pulcinella impegnato in un litigio con la sua bruttissima moglie Zeza circa le nozze della loro bruttissima figliola Vincinzella con Don Nicola, e che termina con la sconfitta per castrazione di Pulcinella, tra le risate dei presenti –  cominciano la loro storia nel 1975 quando un gruppo di operai, studenti e artigiani si uniscono con lo scopo di raccogliere l’universo di esperienze e vissuti  dell’entroterra napoletano attorno ad un comune progetto di riscatto sociale, da perseguire attraverso le arti.

Idolo polemico del gruppo è rappresentato dalla “fabbrica” – cioè dalla storica Alfasud di Pomigliano, oggi FIAT – con la sua cultura industriale omologante e la sua meschina neutralità, che spesso finisce con lo spogliare l’uomo della sua energia creatrice, mortificandone la stessa umanità.

Ed ecco dunque il senso più profondo, e con esso la consapevole pienezza della propria unicità, di questi uomini e donne ordinari che per una sera mutano pelle e registro, in uno slancio verso l’alto che – ci sentiamo di dire – a Napoli solo il teatro umile può restituire in tutta la sua carica di inalterata e perturbante bellezza.

 La rappresentazione ha avuto luogo nell’ambito delle celebrazioni di Alto Fest, il Festival internazionale di arti performative che ogni anno si svolge a Napoli in spazi donati dai cittadini e ormai giunto alla sua IV edizione. Palcoscenico d’eccezione di questa meravigliosa testimonianza di amore per Napoli è stata la Chiesa di San Girolamo delle Monache di Via Mezzocannone 101, sede del gruppo FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana), che interpretando e condividendo lo spirito e l’etica del dono proprie di Alto Fest, ha così voluto aprirsi alla città.

Mai scelta fu più felice: poiché il messaggio di denuncia politica che gli “E Zezi” lasciano intravedere – e che senza fronzoli svelano nella “tazzina di veleno” finale, in un esercizio di impunita satira politica partenopea  – parla oggi e con confidenza tanto la lingua dell’operaio e dell’artigiano, quanto quella dello studente.

 

Giuliana Lonigro
Presidente FUCI Napoli