“Messi è finito? Sarà ancora il giocatore che ha meravigliato il mondo?” Queste sono domande che sempre più spesso ci si fa sul futuro del fenomeno argentino, l’unico al mondo per il quale si può parlare di crisi dopo una stagione in cui ha gonfiato la rete per 41 volte.

Chi scrive è tra i tanti che vedono nel diez blaugrana il giocatore più forte al mondo ed uno dei più decisivi di sempre. Specialmente nel suo Barcellona, col quale vive un complesso rapporto di interdipendenza: Messi senza il Barcellona fa fatica, ma anche il Barcellona va in difficoltà senza il suo 10 in campo. Questo perché il tiki-taka ha trovato nella Pulga il suo più naturale e talentuoso finalizzatore: un giocatore rapido, freddo sotto porta, al quale è tremendamente difficile sottrarre il pallone – senza commettere fallo, almeno – e per di più cuore blaugrana sin dalla tenera età. Guardiola, che del tiki-taka è padre e maestro, se ne rese conto e modellò squadra e giocatore assemblandoli in una macchina devastante, entrata di diritto nell’albo dei team più forti di sempre.

Ma gli uomini non sono eterni ed il Barcellona sente la mancanza di due elementi chiave: il carisma di Puyol ed il cervello di Xavi. Sono gli stessi elementi che mancano alla Spagna, e non è un caso che le Furie Rosse abbiano disputato un Mondiale da incubo proprio quest’anno. Tocca a Messi, simbolo del barcelonismo, essere il trascinatore della squadra e assumersi la responsabilità che tale ruolo comporta.

Torniamo indietro di un anno: è l’estate del 2013 e il per sempre etern Vilanova, dopo la vittoria record in Liga, deve lasciare la panchina per combattere una battaglia che, purtroppo, perderà. Al suo posto si siede Gerardo Tata Martino, allenatore semisconosciuto in Europa, che sarebbe l’unico in quel momento disponibile ma la stampa spagnola bolla subito la scelta come un’imposizione di Messi alla società. Dopo una lunga telenovela Neymar arriva a Barcellona, ed el Tata si trova tra le mani una squadra sulla carta competitiva ma che deve convivere dopo tanto tempo con un tecnico lontano dalla tradizione catalana. La stagione sarà segnata dalla perenne indisponibilità del capitano – Puyol conterà solo 12 presenze nella sua ultima stagione da professionista – e dal calo fisiologico di Xavi e, in misura minore, di Iniesta: Martino cerca di impostare un Barcellona più veloce nella verticalizzazione e meno votato al fraseggio, ma la squadra rigetta queste novità e gioca un calcio confuso, senza ispirazione, che porta alle prime congetture sulla fine del tiki-taka. L’annata è nerissima: Martino non prende mai il controllo della squadra, ed il Barcellona non vince nulla. Messi, dopo una partenza lenta dovuta ad un infortunio muscolare che si trascina dall’anno prima, segna quaranta gol, che sono tanti ma non abbastanza da risparmiargli le critiche: per alcuni non sa vincere da solo, non sa più fare la differenza.

Rieccoci ad oggi: sesta giornata di campionato, il Barcellona comanda la classifica con 16 gol fatti, 0 subiti, 5 vittorie ed un pareggio.  Il capocannoniere di squadra è Neymar con 6 reti, seguito da Messi a 5, mentre la classifica di lega è comandata da Cristiano Ronaldo a quota 10. I numeri tradiscono la rivoluzione che Luis Enrique ha avviato già in estate con l’acquisto di due centrali, di un todocampista come Rakitic e di Suarez, l’attaccante più controverso sul mercato: la sua intenzione è di tornare alle origini del tiki-taka rinnovandone gli interpreti. Il grande merito di Lucho però è stato quello di dare formalmente a Messi quel ruolo che il suo istinto di fenomeno, inconsciamente, gli ha già fatto ricoprire nei momenti di crisi del Barcellona: lontano dall’area di rigore, 15-20 metri lontano dal dischetto, a prendere il pallone ed impostare, più che segnare ora deve mandare in rete i compagni. I risultati sono evidenti: Messi ha segnato 5 gol e ne ha fatti segnare 8, dei 18 gol stagionali della squadra oltre il 70% è scaturito dai suoi piedi. Non è più la belva capace di segnare 130 gol in due stagioni, ma la grandezza del campione è anche quella di sapersi reinventare e mettersi a disposizione della squadra. Una squadra alla quale manca ancora  qualcosa: un attaccante di riferimento, rapido e letale sotto porta. L’identikit è quello di Suarez, comprato appositamente per fare da finalizzatore di un tridente stellare: l’uruguagio è già al centro del Barça di Luis Enrique, anche se è squalificato e lo sarà ancora fino al 24 ottobre. Il giorno dopo ci sarà il primo Clasico di stagione, ne vedremo delle belle: Messi è già pronto a mandarlo in rete.

Simone Esposito